“Allora Arrivederci” di Gavin Lambert – traduzione di Ilaria Oddenino (Accento)

Un romanzo che racconta multiformi modalità di solitudini, che si sfiorano e si rendono omaggio, e sullo sfondo l’io narrante dello scrittore, che è quasi estraneo alle emozioni raccontate, in una sorta di cronaca emotiva e vibrante ma mai davvero sua.

La California ritratta seduttiva e seducente della fine degli anni 60 e l’inizio turbolento dei 70, il mondo abitato da hippy, attori e attrici in crisi, la decadente bellezza del privilegio di vivere in totale assenza di obblighi. Sedute orgiastiche e droghe, renitenti alla leva e disertori, crisi d’identità, ricerca dolente del sé perduto, sono questi i protagonisti di questo romanzo in forma di racconti (tre e tutti collegati tra loro, che anzi scaturiscono l’uno dall’altro), immersi nella luce sfrangiata e color miele di un panorama hollywoodiano, i tramonti che fanno male al cuore per la bellezza disarmante e la consapevolezza di vivere immersi nella faglia di Sant’Andrea, una delle zone più a rischio sismico di tutta la terra. Forse è il senso di pericolo, che pende su questo mondo illusorio e paradisiaco, a contribuire a renderlo un luogo in cui aleggia una sorta di vitalità corrotta che incita a prendere, prendere, prendere.

Le pagine sono pervase da un’atmosfera psichedelica, surreale, dove i sogni acquistano una consistenza materica, avvolgono la realtà in soffici volute di nebbia, prima di evaporare come rugiada all’alba. Spesso le persone si muovono come appesantite dai loro stessi pensieri, indossano occhiali scuri anche al buio, o cappelli di paglia per schermarsi gli occhi dalla accecante quanto impietosa luce solare.

Una giovane attrice, sconvolta dalla solitudine che crede la avvolgerà come un sudario dopo la morte dell’anziano marito, tenta di annegarsi, viene salvata e decide di immergersi nella realtà del volontariato. Dopo aver sperimentato una giornata intera in un furgone dedito a fornire caffè e cibo ai senza tetto, capisce infine quanto sia impossibile da sopportare la realtà. La sua fuga trova la naturale conseguenza nel rinchiudersi in un nuovo matrimonio e in una casa simile a un castello, inaccessibile al mondo e ai suoi pericolosi abitanti incontrollati e incontrollabili.

Un ragazzo bellissimo e affascinante, bisessuale, sfrutta il suo dono per ottenere ospitalità e regali, dopo essere sfuggito al reclutamento verso il Vietnam. Entrato in clandestinità, vive con documenti falsi, sovrappone le sue molteplici identità, fino a confondersi tra i sentimenti e le relazioni. Resta però vigile al momento in cui il gioco smette di essere divertente e scivola nella pretesa e nell’obbligo. Quando quel momento arriva, con il suo carico noioso di realtà, allora scappa senza neanche un biglietto, in una coazione che rasenta l’ossessione.

Una ragazza che vive nella dependance di un’attrice in declino, e ormai scomparsa dal radar hollywoodiano, ricordata come un’icona del passato, comincia a vederla in manifestazioni spirituali ma visibili, e da quel momento in poi cercherà di incontrarla, convinta che vederla in carne e ossa possa comunicarle qualche sorta di verità profonda inerente il senso della sua vita.

Multiformi modalità di solitudini, che si sfiorano e si rendono omaggio, e sullo sfondo, l’io narrante dello scrittore, che è quasi estraneo alle emozioni raccontate, in una sorta di cronaca emotiva e vibrante ma mai davvero sua. Lui è l’amico, il testimone, colui che presta soccorso e ascolto, mai davvero disperato o incredulo o senza risorse. Lui è in sostanza ciò che rimane dalla frantumazione dell’oro in polvere, quando la terra accoglie pioggia e il mare riversa rifiuti sulla spiaggia. L’asciuttezza sobria dopo una solenne ubriacatura, la delicatezza gentile di chi guarda dietro e vede la beatitudine di essere giovani che diventa un miraggio, o un ricordo. Questa era una parte dell’America, dopo Kennedy e prima di Trump, colta nell’attimo in cui cade, rovinosamente.

 

“Io resto lì a guardare una scia di impronte bagnate. In piscina, di fronte alla fila di sedie, fluttuano i petali arancioni delle buganvillee. La porta d’ingresso, come sempre, è aperta. Dall’atrio sento la voce di Judd. «C’è qualcuno che dovresti chiamare, Frances? Qualcuno che si sta chiedendo dove sei finita?»

«No. Nessuno.»

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Marilena Votta

Marilena Votta nasce a Napoli e trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci. Ha pubblicato le raccolte di racconti “Equilibri sospesi”, “La ragazza di miele e altre storie” (Progetto Cultura, 2016) e “Diastema” (Ensemble, 2020), e le raccolte di poesie “Estate” (Progetto Cultura, 2019) e “Quando sono nata ho smesso di essere aria” (Edizioni Progetto Cultura, 2025). Il suo racconto “Fratello maggiore fratello minore” è stato pubblicato nell’antologia “Roma-Tuscolana”. Alcuni suoi racconti sono disponibili su varie riviste on line e cartacee. Nell’ottobre 2021 pubblica il suo primo romanzo, “Stati di desiderio”, con D editore. Del suo rapporto con la scrittura asserisce, convinta, che è il suo posto nel mondo. Scrive recensioni di libri che ama per "Dentro la lampada", la rivista della scuola Genius.

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