“Edimburgo” di Alexander Chee – traduzione di Chiara Baffa (NN)

Questo romanzo racconta la vita di Afhias Zhe, detto Zee, dalle molestie subite quando è un dodicenne del Maine fino alla sua vita adulta.

Territori fortemente danneggiati. I personaggi di questo intenso romanzo sono così: ustionati, danneggiati, violati. Frantumati e poi ricomposti. È difficile tradurre in parole la vergogna, il senso opprimente e appiccicoso del disagio e del senso di colpa, la fame d’aria sofferta dai protagonisti, o almeno dalla voce narrante principale, Zee. C’è tanta vita, tanta oscura umanità in queste pagine, e c’è il desiderio di scendere a patti con il dolore e la perdita. La prima perdita, la perdita dell’innocenza.

Afhias Zhe, detto Zee, è un dodicenne del Maine, per metà coreano e per metà irlandese, cresciuto nella minuscola cittadina di Cape Elizabeth, e nutrito dalle storie e leggende coreane del nonno, che è ancora traumatizzato dalla perdita delle sorelle, rapite dai giapponesi e usate come ragazze per soldati, mai più riviste. La lingua che il nonno ha imparato per prima è il giapponese, la lingua dell’oppressore, e per questo si sente ancora in colpa. Le parole non sono mai abbastanza per mettere in fila la paura. Questo il piccolo Zee lo capisce quando inizia a cantare nel coro cittadino e conosce il rispetto del direttore del coro, Eric, detto anche Big Eric, perché nel coro c’è un altro ragazzino che si chiama Eric che diventa Little Eric. Big Eric è rassicurante, porta il coro fuori per varie trasferte, e poi in varie sessioni di campeggio per allenare la voce. Nessun genitore protesta, le prove sono fuori dall’orario scolastico, il canto è un hobby molto interessante, e ai campeggi partecipa anche la famiglia del direttore, la moglie, il figlio adottivo, e il figlio naturale, un bambino di due anni, Edward.

La voce di un ragazzino di quell’età è ancora una voce bianca e quella di Zee è definita soprano, intensa, capace di tenere una nota acuta senza perderla. Nel coro c’è anche Peter, dai capelli color luce d’estate, la bellezza che risplende come la felicità. Zee si innamora di Peter nel modo assoluto tipico dei primi amori, e Peter, chiaramente, non ricambia.

Ma il coro è un luogo di pericolo estremo. Eric è un orco. Un pedofilo che trova nei ragazzini delle vittime perfette, arrendevoli e non adatti a difendersi. Zee viene molestato e anche Peter, e Zee, di fronte alla rabbia angosciata di Peter non fa nulla, prega l’amico di stare zitto. Le cose vanno avanti per un po’, siamo negli anni 80, quando non era facile tirare fuori vergogna e senso di colpa. Quando Eric si fa troppo tracotante, perde ogni cautela e si fa scoprire, lasciando nell’orrore la cittadina, le famiglie dei ragazzi, e la sua stessa famiglia. Insospettabile, un uomo insospettabile, forse con la stretta di mano un po’ molle, adatta a rivelare una certa inclinazione alla debolezza. Eppure. Non è possibile descrivere il senso ottuso di complicità dolorosa tra vittima e carnefice se non per chi l’ha vissuta. Se parlate con un pedofilo vi dirà che i ragazzini sono contenti dell’attenzione che ricevono da un adulto che rispettano, lusingati perfino. Con i ragazzini molestati non potete parlarci perché hanno spesso le bocche cucite, la rabbiosa impotenza che invade i loro piccoli corpi esposti alla violenza. Questo è il primo trauma, la vergogna.

Il senso di colpa è una mano che scava nelle budella di Zee. Perché al primo episodio di molestie non ha raccontato tutto? Perché non ha permesso a Peter di denunciare l’evento? La perdita dell’innocenza esplode come il fuoco, l’autocombustione che Peter fa a sé stesso, dandosi fuoco e brillando nella notte, deciso a disfarsi dell’ingombranza del corpo. Prima di farlo lascia una lettera e una sua foto a Zee, unica reliquia tangibile di un corpo che è diventato cenere, prima ancora di aver avuto una storia.

Zee non fa parola a nessuno del legame tra l’amore e il senso di colpa, perché se avesse detto di Eric, avrebbe dovuto svelarsi. Questo è il suo macigno. Erano anni diversi, anni in cui essere un ragazzo che desidera i ragazzi era ancora frutto di ostracismo, perlomeno in contesti poco urbanizzati. La voce di Zee scompare, inghiottita dal tempo che avanza, e che rende la sua tonalità non più affidabile. Il groppo alla gola gli ostruisce le corde vocali.

Nel suo brancolare alla ricerca di cose da fare per le quali serva poco la voce incontra uno studioso di mappe storiche e di città nascoste. Insieme a Edward Speck impara a conoscere i cunicoli e le gallerie nella Edimburgo del sedicesimo secolo, una città friabile, distrutta dalla peste nera. È facile fare il parallelismo tra la vita sgretolata di Zee e la vecchia, sotterranea Edimburgo, entrambe due forme di segregazione e di segretezza poco visibili agli occhi del mondo.

Anni dopo, Zee è un insegnante, ha un compagno, e porta ancora con sé la foto sgualcita di Peter e dei suoi capelli color paglierino, luminosi come un giorno di felicità. Il dolore ben nascosto tra la lingua e il plesso solare. L’incontro con Warden, un suo allievo diciassettenne, simile a Peter nell’aspetto, nella sua luminosa biondezza, e bloccato dalla paura e da un serie di segreti che hanno segnato la sua giovane vita è l’evento scatenante di una nuova possibile apertura al trauma mai dimenticato, e a un nuovo tipo di trauma. L’amore, il desiderio, la passione è abbastanza per perdonare, per trovare le parole adatte a riporre nei cassetti emotivi le vecchie foto e gli amori (mai vera come in questo caso questa similitudine) ridotti in cenere?

Trovare le parole per trasformare il delirio in un canto capace di essere ascoltato, udito e riannodato, come i lembi di una tovaglia. Questo è il senso delle storie che scriviamo, le dita consumate, i polpastrelli induriti dal ticchettio sulla tastiera.

 

“Quindici anni. Perdo la voce che avevo. Quella nuova sembra un attrito di corde bruciate. Cantare è toccare, si colpisce l’aria e l’aria colpisce qualcosa dentro di noi e la cosa mossa si risveglia, dice: questo è un suono. Quando cantiamo a un altro lo tocchiamo facendo breccia nella sottile aria che ci divide. Quando la mia voce cambia, so già che questa nuova creatura non è in grado di toccare davvero qualcuno, di trasformarsi. Non può cancellarmi, portarmi con sé, mettermi da parte. Questa nuova voce non ha luce. Riesce a malapena a spostare l’aria che serve a dire ciao, buongiorno, buonanotte. Smetto di parlare tanto.

Il ricordo che ho della mia vecchia voce, il soprano della mia infanzia, è un desiderio. Che la voce si liberi da sola. Che si emancipi dalle corde vocali, che abbandoni il corpo come un cormorano abbandona il mare dopo aver pescato. Non per volare ma per farsi volo, non per portare ma per l’atto del portare.”

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Marilena Votta

Marilena Votta nasce a Napoli e trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci. Ha pubblicato le raccolte di racconti “Equilibri sospesi”, “La ragazza di miele e altre storie” (Progetto Cultura, 2016) e “Diastema” (Ensemble, 2020), e le raccolte di poesie “Estate” (Progetto Cultura, 2019) e “Quando sono nata ho smesso di essere aria” (Edizioni Progetto Cultura, 2025). Il suo racconto “Fratello maggiore fratello minore” è stato pubblicato nell’antologia “Roma-Tuscolana”. Alcuni suoi racconti sono disponibili su varie riviste on line e cartacee. Nell’ottobre 2021 pubblica il suo primo romanzo, “Stati di desiderio”, con D editore. Del suo rapporto con la scrittura asserisce, convinta, che è il suo posto nel mondo. Scrive recensioni di libri che ama per "Dentro la lampada", la rivista della scuola Genius.

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