In una nuova edizione rileggo questo libro, che ho amato tantissimo nella mia tarda giovinezza. Dopo 20 anni parlare di corpi non conformi, bullismo e violenza acquista un senso ancora più forte. I social hanno amplificato i disagi e l’apparente facilità di comunicazione può fare parecchio male. In un istante chiunque può raggiungerci e dire al mondo cosa pensa di sapere di noi, dei nostri corpi, della nostra vita. Le persone più fragili possono soccombere durante un percorso adolescenziale che somiglia a un campo minato, dove le parole sono azioni, e le azioni sono guerriglia che reclama il sangue.
Faith ha 16 anni, è una ragazza in forte sovrappeso, viene costantemente presa in giro, isolata e bistrattata.
Quando viene violentata da un gruppo di ragazzi, comandati da Tony Giobambera, il ragazzo per il quale si è presa una cotta, Faith non riesce a denunciare l’accaduto, a cercare rifugio e protezione in un mondo adulto che è giudicante e rifiutante. La sua stessa madre la trova ripugnante e non la tocca se non per sbaglio. Così Faith pensa che sia meglio smettere di soffrire in maniera definitiva. Inghiotte una miscela di pillole e alcool, le immagini della violenza subita e delle parole crudeli e insinuanti di Tony e dei suoi complici un loop che la soffoca.
Viene salvata e sottoposta a lavanda gastrica. Il soggiorno in clinica e il percorso psicologico la cambiano. Perde molti chili, diventa carina e persino popolare. La madre comincia a guardarla come se fosse felice e non mortificata di avere una figlia, ora che non ha più un corpo scomodo, ingombrante e goffo.
La ragazza grassa che Faith è stata però non scompare, continua a viverle accanto come un doppio, una personalità forte, che non si accontenta di diventare un ricordo. Quello che Faith vuole ora, con il suo nuovo corpo spigoloso e fatto per essere oggetto di desiderio, è trovare un equilibrio. E per trovare equilibrio deve rimettere tutto in parità e ripartire di nuovo, ma non può farlo senza punire chi le ha fatto del male. La gonna della ragazza grassa che gira nel sole mentre fa la ruota, e che solo lei riesce a vedere.
Dopo aver fatto quello che è giusto, Faith fa perdere le sue tracce. Si tinge i capelli, prende un autobus, cambia nome e si unisce a un circo itinerante. Qui scoprirà una umanità senza sovrastrutture, una forma di rivincita rispetto al mondo apparentemente sicuro che l’avrebbe masticata e sputata come stava facendo. Con il nuovo nome di Annabelle, Faith impara a volteggiare in cielo, diventa una trapezista, un’acrobata capace di domare il corpo, di fargli assumerne posture complicate. E presto la realtà nomade diventa la sua sicurezza, la famiglia confusa e dolente dei giostrai la sua famiglia.
Qui mi chiedo, cos’è la normalità, la sicurezza? Il corpo è il nostro guscio, l’involucro che ci protegge, come il carapace di una tartaruga. Però un corpo è anche il nostro confine con l’esterno, e non possiamo avere un corpo senza che questo sia esposto allo sguardo orientante degli altri. Il privilegio di avere un corpo bello o accettato fa di noi delle persone diverse da quelle che devono nascondersi. Non c’è niente di più orribile di sentirsi a disagio nella propria pelle, volersela strappare via, come un esoscheletro.
Faith cambia pelle e corpo e vita e anche il nome, dicendo che possiamo ribellarci alla vita ai margini in cui ci hanno costrette. La vera sicurezza non è necessariamente avere una casa comoda, con le stampe alle pareti e il parquet intonato al colore delle porte. La sicurezza è avere qualcuno che è contento di poterti toccare, come se il tuo corpo fosse effettivamente il miracolo che è, sopravvissuto alla giungla dell’adolescenza in un liceo, alla famiglia che ti considera solo per il prestigio sociale che puoi ottenere. La sicurezza è sapere che puoi diventare sottile come un’aringa o tonda come un biscotto e sapere che comunque sei amata. Perché tu, la tua essenza, non è solo quel corpo che vive nello spazio-tempo che abita.
“A scuola stavo attenta a non passare per una che osservava tutto, ma era quello che facevo. La cicciona mi si accostò per camminare fianco a fianco. Aveva un pugno di caramelle gommose in mano e un po’ di zucchero sul mento.
«Ci sono molti tipi di rabbia» disse. «Solo che alcuni sono più utili di altri.»
Dietro di noi sbatté lo sportello di un armadietto. Cercai di non parlare troppo forte, perché a parte me, non la vedeva nessuno.
«Io non sono arrabbiata» bisbigliai.
«Dire che non sei arrabbiata è già un tipo di rabbia» disse. «Per niente utile, però».
Ci dirigemmo fuori. La cicciona aveva capelli castani lunghi e radi e portava una camicetta azzurra a pois, tutta macchiata. Leccava uno stecco al cioccolato come se fosse una giornata autunnale calda e splendida, io invece stavo gelando.”



