Portia ha avuto un ricovero in un ospedale psichiatrico per una diagnosi di bipolarismo, ma anche perché aveva lasciato gli studi ed era andata a convivere nella roulotte con Skip, che la picchiava, la trattava male e soprattutto era un outsider senza pretese o speranze.
Portia, dopo anni è sposata con un assistente del Procuratore distrettuale, un avvocato di successo, Nathan che la ama al punto da voler controllare che nessuno la importuni, che fa sintonizzare il suo cellulare con le frequenze della polizia per tenerla sotto controllo. Nathan è un uomo che Portia ha incontrato appena uscita dall’ospedale psichiatrico, con ancora il braccialetto di carta attaccato al polso, emblema del suo stato di ricoverata volontaria. Sembra una fortuna per entrambi essersi incontrati e voluti nella confusione di un mondo avido. E Nathan le lascia la libertà di cantare con un gruppo, i Poor Alice, insieme alla sua vecchia amica Carrie, e la batterista Theo, e resta a casa con il loro bambino quando lei è fuori di sera per le prove.
Questo quadretto idilliaco subisce una serie di colpi quando Portia comincia a sentire una sorta di mancanza d’aria nel suo ménage matrimoniale, il suo ruolo di madre messo in discussione a causa della sua cronica mancanza di prudenza. In effetti Portia è convinta di sentire la musica attraverso un legame extracorporeo con il musicista Alby Porter, che le parla attraverso i sogni. E se prende gli antipsicotici non riesce più a sentire quella musica, e a restare connessa con la sua parte creativa e ribelle. E per la perbenista società americana la malattia, o magari anche una certa sensibilità differente, è uno stigma, una sorta di rifiuto ingombrante da conferire in discarica.
Nel mondo creato da Portia, lei e Theo hanno una storia clandestina, rubano minuti e ore alla vita familiare, si nascondono da Nathan. Come le dimostra la realtà però niente di tutto questo è vero, Portia non sente nessuna musica sublime, i Poor Alice non sono altro che dilettanti e lei non fa altro che fantasticare su una relazione non vera. È come se vivesse una doppia vita, la vita reale, fatta di doveri e accudimenti verso Julian e noia, e una vita più stimolante ma del tutto immaginaria, un appiglio che le consente di non sprofondare.
Quando viene scoperto il suo rifiuto verso gli antipsicotici, Portia deve ammettere i suoi colpevoli desideri, mai diventati adulterio ma solo sperato, sognato. Questo basta a ritenerla colpevole agli occhi di suo marito, dei suoi amici, e della paziente società medica americana, intollerante con ogni forma di vita non schematica.
In una narrazione che ricorda un po’ lo stile di Virginia Woolf, vediamo cosa sente Portia, lo sguardo giudicante e infastidito del mondo che può salvarla oppure privarla di ogni diritto, compresa la vicinanza e l’affetto del figlio. All’interno di una nuova struttura psichiatrica, Portia mette in scena le contraddizioni della frantumata famiglia americana, la condanna verso le fragilità mentali, e lo spietato bisogno di controllo che viene esercitato su chi, come lei, viene giudicato incapace di prendersi cura di sé.
Quello che accade è la maturazione di Portia, il suo interrogarsi su tradimento e lealtà, su cosa sia da considerarsi reale. Se il mondo che abitiamo dentro ci rende più felice di quello, travolgente, distruttivo, di quello che abitiamo fuori, hanno davvero il diritto di negarcelo?
Sobrietà sentimentale contro intensità, serenità e assenza di fastidio contro vitalità, sregolatezza e forse, consapevolezza. Come una moderna Don Chisciotte, Portia porta avanti la sua battaglia contro le convenzioni, il benessere inteso come comodità a tutti i costi, rivendicando il diritto ad abitare la sua mente.
“A Portia e al suo ragazzo, Nathan, piaceva raccontare la verità quando gli chiedevamo come si fossero incontrati.
«Allora, lei era appena uscita dall’ospedale psichiatrico», esordiva lui, impassibile, fino a quando qualcuno non scoppiava a ridere, aspettandosi che fosse uno scherzo.
«No, davvero», interveniva Portia. «Indossavo ancora il braccialetto di plastica quando abbiamo bevuto il nostro primo caffè insieme». Di solito c’era un momento di imbarazzo, di ricalibrazione, mentre il tono veniva ristabilito alla luce dei nuovi elementi. Non era tanto il fatto che la malattia mentale fosse considerata tabù tra i conoscenti, ma che spesso le persone diventavano involontariamente prudenti nei suoi confronti. Sembravano ammorbidirsi quando le parlavano, sembravano evitare un certo impegno nella conversazione.
Portia ci impiegò anni prima di accorgersene.”



