“Una questione di famiglia” di Claire Lynch – traduzione di Velia Februari (Fazi)

Un libro che tratta di madri e di padri e di una bambina, affidata in via esclusiva al padre e privata della possibilità di avere contatti con la madre.

Quando si tratta di affidamento di minori la questione è sempre molto spinosa e delicata. Questo libro tratta di madri e di padri e di una bambina, affidata in via esclusiva al padre e privata, dalla narrazione che le è stata fatta, della possibilità di avere contatti con la madre. Inghilterra verde e ridente e non tanto progressista del 1982: Dawn è una giovane madre di 23 anni, ha un matrimonio senza scosse, una serenità suburbana, quieta, una figlia di tre anni, Maggie. Il marito, come si può definirlo, Heron non è un uomo appassionato ma nemmeno un bruto, è a buon diritto, definibile come uomo medio, gran lavoratore, piatto preferito costolette e patatine, lo sport visto in tv, una gentile e distratta premura verso la famiglia. Della cura della casa e della bambina si occupa la moglie, come è giusto, a un uomo tocca lavorare e alla donna pulire.

In questo scenario sonnolento Dawn incontra Hazel, la nuova maestra, e le ci vuole poco per capire che la verità che ha sempre taciuto su sé stessa è a portata di mano: si è rinchiusa dentro la comfort zone di un matrimonio, ma a lei piacciono le donne, e in particolare questa donna, Hazel. L’amore, quella cosa magica, che ti fa camminare sollevata da terra, irrompe come un temporale estivo, e distrugge ogni fiore che colpisce. Oppure fa nascere nuovi fiori. Dawn è da subito sincera con Heron, che ne rimane ferito ma tutto sommato moderatamente comprensivo. La situazione si complica quando la domanda di divorzio innesca la questione dell’affidamento di Maggie.

Heron si fida delle autorità, della narrazione che gli fanno la madre, gli avvocati, gli esperti del Tribunale, il giudice, che reputa Dawn, come in altre vicende simili, una madre inadatta, indegna, la relazione dell’esperto parla dei danni alla minore provocati da madri tossicodipendenti o alcolizzate, che non rappresentano la situazione di Dawn che è una madre amorevole e sollecita. La relazione di Hazel e Dawn è scandalosa, i loro sentimenti messi su carta, teneri e sciocchi diventano la mostruosità dalla quale salvare la bambina.

La sentenza è lapidaria: affidamento esclusivo al padre e divieto di contatto con la madre. Dawn a quel punto procede per sottrazioni, prepara la torta del quarto compleanno di Maggie, e non le dice nulla, per lei scompare e basta.

Quarant’anni dopo Maggie di sua madre sa che aveva un amante e che l’ha abbandonata. Una narrazione che fa male, ma che è stata il senso di tutta la sua vita. Tra Heron e Maggie si è sviluppata una forma di carapace protettivo, che non cessa neanche quando Maggie si sposa e diventa madre a sua volta. Il legame esclusivo e parzialmente escludente di padre e figlia si basa sulla compensazione che Maggie sente di dovergli, e che Heron accetta, come il compenso dovuto al suo celibato dopo il divorzio. Non ha più avuto un’altra donna, solo sua figlia.

Neanche quando gli viene diagnosticato un cancro, con esito infausto di lì a poco più di un anno, Heron si decide a dire la verità. Maggie la scopre nel modo più facile e possibile: rimettendo a posto le vecchie carte del padre. Trova la sentenza di divorzio con le prescrizioni per l’affidamento e biglietti di compleanno e giocattoli mai consegnati, tutto per il bene del faticoso equilibrio familiare a due.

Sarà difficile per Maggie accettare la narrazione di un padre diversa da quella che conosceva, e ancora di più accettare che la madre, a un certo punto, avrebbe potuto andare da lei.

Quando riuscirà a trovarla, ci saranno nodi da sciogliere e domande e un gigantesco senso di perdita, incolmabile. Una figlia privata della madre, una madre privata della figlia. Perché? Perché amare una persona dello stesso genere è stato, e in una certa misura è ancora ritenuto incompatibile con l’essere un buon genitore. Rabbia, frustrazione, e alla fine, un senso di empatia che fa venire le lacrime, per ogni figlia, per ogni madre.

 

“«C’è una donna, due donne, insomma, qui in paese, qui in paese,» racconta Dawn. «Hanno appena avuto un bambino. Le vedo passeggiare insieme, spingere il passeggino. Nessuno fiata. Le persone sorridono quando le incontrano.» È stato il lavoro di una vita intera, quello di imparare a vivere con la perdita. Vedere ciò che altri hanno conquistato. La fregatura di nascere in un momento leggermente diverso, o in un posto leggermente diverso, cose che possono essere un dono o un prezzo da pagare.

Maggie afferra la mano della madre per stringerla, le stesse dita affusolate, le stesse unghie, la forma del pollice è identica alla sua”.

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Marilena Votta

Marilena Votta nasce a Napoli e trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci. Ha pubblicato le raccolte di racconti “Equilibri sospesi”, “La ragazza di miele e altre storie” (Progetto Cultura, 2016) e “Diastema” (Ensemble, 2020), e le raccolte di poesie “Estate” (Progetto Cultura, 2019) e “Quando sono nata ho smesso di essere aria” (Edizioni Progetto Cultura, 2025). Il suo racconto “Fratello maggiore fratello minore” è stato pubblicato nell’antologia “Roma-Tuscolana”. Alcuni suoi racconti sono disponibili su varie riviste on line e cartacee. Nell’ottobre 2021 pubblica il suo primo romanzo, “Stati di desiderio”, con D editore. Del suo rapporto con la scrittura asserisce, convinta, che è il suo posto nel mondo. Scrive recensioni di libri che ama per "Dentro la lampada", la rivista della scuola Genius.

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