“Rainbow Rainbow” di Lydi Concklin – traduzione di Federica Gavioli (Racconti)

Storie intense, per lo più di persone in transizione, alle prese con le difficoltà di corpi in evoluzione, cicatrici e sfregi di cui prendersi cura, bisogno di sguardi affettuosi, ambivalenza persino nei radicati orientamenti sessuali.

La bellezza di corpi nascosti ed esposti, frantumati, identità che premono per svelarsi agli occhi del mondo. Rinuncia e tenerezza, assegnazione e ribellione. Questi racconti brulicano di vita, incentrati su persone LGBTQ+, tutte alla ricerca di un faticoso equilibrio, che sia giusto per loro e non sconvolga la vita di chi amano.

Una coppia di donne chiede aiuto a un amico per concepire un figlio, ma in realtà solo una delle due lo desidera davvero, l’altra si adegua a un progetto, che poi cerca di sabotare, spinta anche dalla situazione traumatica che l’amico le racconta. Il mondo sembra un posto terribilmente pericoloso per un bambino, e la mancanza di comunicazione tra le due è destinata a essere lo spartiacque tra la felicità e i momenti che segnano la fine della relazione.

Una zia accompagna il nipote, ragazzo trans nel mezzo della transizione, ad un convegno e lì viene fuori che anche lei, persona non binaria, avrebbe voluto farsi una mastectomia e sentire usare un pronome neutro per riferirsi a lei, ma all’epoca non ha avuto abbastanza possibilità; ora un incontro casuale con una sconosciuta la spinge a rivelarsi, senza che però il momento epifanico sia portatore di serenità, ma anzi di maggiore scompiglio e solitudine.

Una persona, in pieno Covid, accetta un appuntamento con una donna conosciuta su una app di dating, e il tocco sul suo corpo, con la data per la mastectomia già fissata, è una sorta di profanazione consapevole, una immersione in un territorio di piacere sconosciuto, ma anche di confusione. Il toccarsi tra non congiunti o conviventi durante il Covid era quasi da considerarsi un atto fuorilegge, e il permesso, non chiesto ma accordato tacitamente, di toccare una parte del corpo che la persona in transizione tiene sempre coperta con un binder, e il cui tocco ha proibito anche alla sua partner, rappresenta una ulteriore trasgressione, una specie di saluto, un sapore di ultima volta, considerando la futura mastectomia totale alla quale vuole sottoporsi dall’età dello sviluppo e forse da prima.

Due ragazzine lesbiche incontrano una donna adulta, conosciuta anche questa su una app e, prima che l’appuntamento di trasformi in un abuso, durante la conversazione, accade che i rapporti di forza tra le due amiche venga ribaltato, come avviene spesso tra adolescenti, dove la presunta popolarità della leader viene messa in discussione e relegata nel territorio emotivo delle bugie.

Storie intense, per lo più di persone in transizione, alle prese con le difficoltà di corpi in evoluzione, cicatrici e sfregi di cui prendersi cura, bisogno di sguardi affettuosi, ambivalenza persino nei radicati orientamenti sessuali. Il rifiuto del genere attribuito alla nascita è un po’ il lietmotiv (ma non solo) di molte di queste storie, insieme a un desiderio al contempo di esporsi e di nascondersi, dove il nome anagrafico o di elezione non basta a contenere personalità, perché ogni volta che definiamo una persona la limitiamo. Inquietudini e traballante senso di equilibrio fanno da contraltare alle esistenze ribelli delle persone protagoniste, che raccontano quello che sono, i palmi delle mani feriti e il sorriso sfuggente, timido.

Abbiamo proprio e sempre bisogno di incasellare relazioni e sentimenti, pulsioni erotiche e amicizie dentro il conforto di un’etichetta? È sempre utile definire una persona secondo un genere, anche elettivo?

Forse no, perché chiunque noi scegliamo di essere restiamo sempre persone che hanno paura di essere fraintese e non amate, e abbiamo bisogno, tutte, di uno sguardo che non ci sveli cose che non vogliamo sapere, e che tenga stretto il nostro fallibile, forte e ferito corpo umano. Tutte noi, persone identificate in base al genere oppure no, vogliamo sempre e solo essere apprezzate. Più o meno a qualunque latitudine.

 

“E poi ti togli la mascherina. Sporca. La stai facendo sporca. In due modi diversi ma collegati. La bocca e il naso sono parti del tuo corpo che non dovrei vedere in un ambiente chiuso: esposti, carnosi, rinfrescati dal sudore. Di nuovo il sangue affonda la sua lama. Il tuo sorriso, l’ho visto nelle foto ma l’ho dimenticato: è tutto gengive e saggio, beffardo.

Mi appoggi una mano sulla spalla. Non mi tolgo la mascherina, anche se il tuo viso, ormai vicinissimo, lo richiede. Mi limito ad abbassare il tessuto. Ci baciamo. Quasi, ma è già troppo”.

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Marilena Votta

Marilena Votta nasce a Napoli e trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci. Ha pubblicato le raccolte di racconti “Equilibri sospesi”, “La ragazza di miele e altre storie” (Progetto Cultura, 2016) e “Diastema” (Ensemble, 2020), e le raccolte di poesie “Estate” (Progetto Cultura, 2019) e “Quando sono nata ho smesso di essere aria” (Edizioni Progetto Cultura, 2025). Il suo racconto “Fratello maggiore fratello minore” è stato pubblicato nell’antologia “Roma-Tuscolana”. Alcuni suoi racconti sono disponibili su varie riviste on line e cartacee. Nell’ottobre 2021 pubblica il suo primo romanzo, “Stati di desiderio”, con D editore. Del suo rapporto con la scrittura asserisce, convinta, che è il suo posto nel mondo. Scrive recensioni di libri che ama per "Dentro la lampada", la rivista della scuola Genius.

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