La vita dei libri talvolta è strana, il destino di un romanzo può somigliare a una complicata storia d’amore fatta di abbandoni e ritorni, oppure a un’indagine, o perlomeno alle cadute negli abissi e alle riemersioni di cui sono fatte alcune parabole delle nostre vite. Tutto quello che resta di noi di Deborah Baranes (Love&Co 2025) per me è stato qualcosa di simile. Quando ne ho letto la prima stesura, diversi anni fa, ero convinto che sarebbe stato pubblicato molto presto, aveva tutto per piacere a un editore e ai lettori. Invece, è come se questo romanzo avesse deciso di salutarci, di creare problemi all’autrice, di rendersi invisibile, insomma di sparire nello spazio che più gli competeva in quel momento, il solito cassetto, l’archivio di un computer, chissà? Per molti anni questo romanzo si è, più o meno colpevolmente, dimenticato di me. Intanto l’autrice si era presentata con un altro testo, Breve storia di una fine, e quello era andata subito in porto con Love&Co (2024), un marchio della Compagnia Editoriale Aliberti. E ora, ah!, ecco che torna il vecchio manoscritto, molto cambiato, molto lavorato, ma ancora lo stesso, con i suoi personaggi, Erica e David, due agenti che si innamorano, si trovano e si perdono e si ritrovano, sullo sfondo della tragedia di Monaco ’72, in cui undici atleti della nazionale olimpica israeliana rimasero uccisi durante un’azione di un commando palestinese dell’organizzazione Settembre Nero. E paradossalmente, come talvolta accade ai libri, questa storia esce nelle librerie nel momento peggiore (in uno dei tanti momenti peggiori) del conflitto apparentemente infinito tra israeliani e palestinesi. Ne parlo con Deborah, allora…
Hai creato un intreccio spionistico che è anche una storia d’amore. Come ti è venuto in mente?
Io avevo in testa, di nuovo, una banalissima storia d’amore. Lui appare, poi scompare, poi riappare di nuovo, e perché lei accetta tutto questo, perché ogni volta lei soffre così tanto? Ovviamente, lei sono io. Ma scrivendo, tutto può cambiare: tanto per cominciare, è lei quella che scompare, e lui quello che soffre. Poi, c’è un motivo: una sorella, un padre, un figlio, qualcosa per cui lui, pur amandomi alla follia, è costretto a scomparire. Una vendetta, ecco, finalmente una bella idea: la vendetta è più forte dell’amore?
E perché non infilare questa vendetta minuscola nella Vendetta maiuscola che è stata Collera di Dio? La mia storia minuscola infilata nella Storia che continuiamo a dimenticare, ecco, a un certo punto è stato chiaro che era quello che volevo scrivere.
Come autrice, sei più interessata alla relazione sentimentale tra i due protagonisti della vicenda oppure alle vicende che si svolgono nei vari servizi segreti?
Ho iniziato a scrivere pensando solo alla relazione sentimentale. A me interessavano solo loro, e per quanto mi riguardava, potevano pure trovarsi a Grande Inverno o dentro le cronache di Narnia. Poi però ho iniziato a leggere di Storia, quella con la S maiuscola. E quello che ho trovato era così interessante e sconvolgente, così lontano nel tempo eppure così terribilmente attuale, che quasi facevo fatica a seguire la relazione sentimentale tra quei due.
La storia delle olimpiadi di Monaco ’72 è stata raccontata più di una volta, le varie versioni ti hanno ispirato?
Onestamente? No. Tranne il film di Spielberg che vidi non so più quanti anni fa, non ho visto né letto romanzi sulla vicenda. Non ho neppure voluto rivedere Munich, forse per paura di farmi influenzare nel mio personaggio. Ho studiato i fatti, ma ispirare, mi sono lasciata ispirare solo da Erica e David.
Hai lavorato a lungo a questo romanzo, in che modo è cambiato negli anni?
Nella prima versione, il romanzo si apriva sul rumore della terra che cade sulla bara di Erica. In lontananza, nascosto dietro un albero, c’era David. Nella terza versione, dopo aver passato otto giorni a leggere tutti i documenti sull’Operazione Damocle, ho deciso di cambiare l’ambientazione, non più Collera di Dio nel ’72 ma Operazione Damocle nel ’66. Nella sesta versione, ho deciso che Erica sarebbe nata il giorno della nascita di Israele, e cioè nel ’48. A quel punto però l’operazione Damocle non andava più bene, perché sarebbe stata troppo giovane per essere credibile. Sono andata avanti così, taglia qui e ricomincia di là. Finche a un certo punto come per miracolo la storia ha iniziato a scivolare da sé.
Il tuo romanzo esce in un periodo non facile per le terre in cui si svolge la tua storia, questa situazione lo rende di estrema attualità. La cosa ti spaventa o un po’ ne sei contenta?
È in atto un genocidio. Mi addormento con il viso di un bambino che ha fame, e io che non faccio niente. Quindi no, contenta proprio no. Angosciata spaventata incredula in colpa, se penso al periodo che stiamo vivendo, il mio romanzo mi sembra una cosa aberrante. Ma quelle terre di cui parlo nel libro, quelle terre sono così piene di bellezza e di magia, e i miei personaggi, israeliani entrambi, sono così carichi di dolore e di vendetta, da rovinarsi la vita. Se anche una sola persona, leggendo questo libro aberrante, pensasse di rinunciare a vendicarsi, bè, allora sarei contenta, tanto contenta.
Anche in questa storia, come nella tua precedente, c’è una donna forte e fuori dal comune al centro dell’intreccio, sono persone che hai incontrato nella tua vita, almeno come spirito?
Non so se le ho incontrate davvero, o se le ho viste tali. Donne autonome, donne coraggiose, che sono cadute e si sono rialzate e non hanno accettato i compromessi. Poi ne vedo altrettante che lo fanno: accettano compromessi e stringono patti con il diavolo che non si chiama più Belzebù ma Botulino. Che chiedono il permesso al marito per uscire la sera, che si sentono in colpa se non fanno il bagnetto al bambino, che aspettano che sia l’uomo a riempire loro il bicchiere ma anche a pagare il conto. Donne che inorridiscono che altre donne siano costrette a portare il burqa e nemmeno si accorgono di portarne uno invisibile. Ecco, scrivo di una donna come mi piacerebbe avessimo il coraggio di essere.
E gli uomini sono sempre un po’ stupiti, direi anche stravolti, da queste donne. Gli uomini oggi sono così, secondo te?
A costo di sembrare un’orrenda maschilista, ma cosa dovrebbero fare, gli uomini? Hanno a disposizione battaglioni di donne che si imbottiscono di silicone, pur di essere la prescelta. C’è un’influencer, una ragazza geniale tra l’altro, che ha milioni di follower spiegando le gioie di fare la mantenuta. Come può essere altro che stravolto un uomo nell’incontrare una donna che ha dei desideri, altri desideri che non mettono lui al centro del mondo?
Scrivere quando ancora non hai pubblicato nulla, o farlo quando ormai un tuo testo è arrivato nelle librerie, ha cambiato qualcosa nel tuo approccio alla scrittura?
Quando ancora non avevo pubblicato nulla, ero davvero sicura che nessuno mi avrebbe mai letto. Tant’è che nel primo libro mi rivolgo continuamente a un “improbabile eventuale lettore”, cosa che ha divertito molto tutti quanti, ma nessuno si è reso conto di quanto era vero, quando lo scrivevo, e di quanto dolore c’era, in quelle tre parole. Quando qualcuno ti chiama da una casa editrice e tu capisci che no, non è uno scherzo macabro. È una vera casa editrice e vogliono proprio la tua storia, bè, per me è stato uno dei tre momenti più belli della mia vita. Come diceva la mia adorata Simone de Beauvoir, non sono più “una donna di casa che scrive” ma divento una scrittrice. Adesso, c’è l’ansia di sapere se lo sono davvero, perché un libro sono capaci di scriverlo tutti, ma il secondo?
Stai scrivendo qualcos’altro?
Si, è quasi un anno che ci lavoro. Ho la storia davanti agli occhi, vedo la grande villa in cima alla scogliera, l‘isola in lontananza, l’odore del sangue. Ho continuamente in testa questa voce che grida, ha bisogno di raccontare, confessare l’omicidio che ha commesso. Solo che io non riesco a dargli forma a questa storia, credo di avere ventidue file che si chiamano Sangue innocente sull’isola ma nessuno funziona e sono così arrabbiata e frustrata, tipo uno che vorrebbe tantissimo parlare ma che un’orribile sortilegio ha costretto al mutismo.
Cos’è per te la scrittura? Come definiresti l’impulso che ti porta a scrivere? Sempre che ci sia un impulso…
Beati gli scrittori quelli veri che hanno un impulso. Io ho un vuoto. Che a un certo punto ha dilagato talmente tanto che mi sembrava di non essere fatta d’altro, che di vuoto. Scrivendo, lo riempio. O meglio, si riempie di personaggi. Sono solo immaginari? Si, non sono così dissociata da non accorgermene. Ma, nel momento in cui gli do una storia, loro prendono vita. Parlano, si agitano, se non mi piace come si agitano io cancello e li faccio agitare di meno, se non mi piace ciò che dicono li azzittisco e li correggo. Non sono altro che la versione di me che io non sarò mai, ma riempiono il vuoto. Ecco, scrivo per quello.



