Ho conosciuto Andrea Bocchia anni fa, quando stava scrivendo un romanzo che era una sorta di riassunto della vita di molte persone della sua generazione, in cui si incrociavano molti temi esistenziali pescati all’interno della relazione tra un padre e un figlio. Il testo venne pubblicato poi con il titolo Ferite profonde forse guaribili (Alter Ego 2015) e Bocchia continuò a scrivere racconti sempre interessanti. Adesso lo ritroviamo in libreria con un volume del tutto diverso, nel quale mescola la sua abilità di narratore con una delle sue grandi passioni, la Formula 1 e soprattutto i piloti che ne hanno fatto la storia e l’epopea. Alcuni li ama visceralmente, altri li disistima (probabilmente) senza dirlo, come un innamorato tradito ma educato. Il libro s’intitola I grandi campioni che hanno fatto la storia della Formula 1 (Newton Compton Editori 2026). E la nuova pubblicazione è diventata l’occasione per farci una bella chiacchierata.
I lettori ti conoscono per un romanzo, Ferite profonde forse guaribili, e ti ritrovano che pubblichi una raccolta di brevi biografie dei grandi piloti della Formula 1, per qualcuno sarà una vera sorpresa, no?
Ma le vie della scrittura sono infinite… e comunque chi mi conosce almeno un po’, di sicuro sa della mia antica passione per la Formula 1 quindi probabilmente non sarà troppo sorpreso di una mia opera dedicata. In passato poi ho anche scritto molti articoli per il web su vicende e personaggi della Formula 1, qualcosa è anche qui in Storygenius.
È vero, e qui i lettori possono trovare qualche tuo pezzo sportivo.
La Formula 1 è una tua passione dichiarata, cos’è che ti affascina davvero? La velocità, il rumore dei motori, il coraggio dei piloti di fronte ai rischi che corrono, l’atmosfera dei box?
L’estetica “cattiva” delle macchine, la velocità, il rombo dei motori, l’atmosfera elettrica dei box, sono tutte componenti del fascino irresistibile della Formula1, ma è sempre il fattore umano a essere decisivo per diventare un patito. Quando cominci a emozionarti per le gesta in pista di un pilota allora sei cotto.
Ti sei fatto un’idea di che tipo d’uomo sia il corridore di Formula 1? Un incosciente che cerca la morte, un cavaliere errante in guerra con gli altri ma soprattutto con se stesso, un ingegnere freddo abile a regolare strutture meccaniche e conti in banca?
No, non ho mai pensato ci sia un certo “tipo”, nella storia del Campionato del Mondo abbiamo avuto tanti campioni con caratteristiche umane così diverse che è impossibile definire un “tipo”. Più piloti hanno avuto uguale successo con approccio alle corse completamente opposto. L’Albo d’oro della Formula 1 è un fantasmagorico raccoglitore delle più disparate personalità. Tutte però necessariamente extra large.
Descrivi con bravura narrativa le imprese e i frammenti di biografia di ventisette campioni del momdo, è ovvio chiederti chi sono i tuoi preferiti. A parte che nel testo dici che la medaglia dai migliori va da sempre a Juan Manuel Fangio e Jim Clark.
Tralasciando le mie preferenze che non hanno valenza saggistica, io premetto sempre che sia impossibile giudicare in assoluto il migliore di sempre perché è irrealistico fare paragoni tra protagonisti di epoche diverse. Ci sono una decina di nomi che si alternano nelle varie classifiche di ogni tipo di media, ma alla fine mi sembra che nel “giudizio universale” e nell’inconscio di ogni appassionato, le figure di Fangio e Clark rimangano emblema di classe inarrivabile, sia per talento che per caratteristiche umane.
Il racconto a tappe tra un pilota e l’altro va dalla grande storia degli esordi del 1950 fino ai giorni nostri, le gare nel frattempo sono cambiate tantissimo, c’è qualcosa che ancora accomuna le antiche con quelle moderne?
A prima vista le gare di oggi e quelle di decenni addietro sembrano sempre le stesse, una ventina di macchine che scattano a un semaforo e terminano la gara sotto a una bandiera a scacchi. Ma l’unica cosa che è rimasta davvero uguale è che alla fine c’è un vincitore e gli altri che gli arrivano dietro. Quello che succede durante invece è cambiato completamente e non a tutti piace. Noi appassionati “anziani” ad esempio siamo nostalgici verso la gare del passato perché più genuine, senza tutte le strategie e gli artifici regolamentari che condizionano le gare di oggi. Per me le gare di adesso sono lontane dal pathos di quelle di una volta, ma magari è solo una mia sensazione perché sono io che sono invecchiato e non mi entusiasmo più a prescindere… va a sapere…
Sei bravo a tenere insieme elementi biografici e dettagli tecnici delle automobili, come per esempio questo brano: “Il farfallino blu a pois bianchi che svolazza al collo di Mike Hawthorn mentre guida la sua Ferrari 246 è l’immagine di un’era della Formula 1 ormai al tramonto” che potrebbe essere di puro romanticismo ma che poi rivela che il mondo cambia perché cambia la posizione del motore: “All’inizio di quell’anno, infatti, in Argentina aveva vinto una macchina con il motore posteriore”. Ti è venuto facile unire umanità e mezzi meccanici?
Credo di essere stato molto spontaneo nello scrivere questo libro, le immagini che mi sono venute fuori fanno parte del mio “interiore” per questo sport. Certe macchine poi, sopratutto certi modelli iconici che hanno fatto la storia, nella narrazione sono considerate quasi alla stregua dell’uomo, protagoniste riconosciute delle vicende e legate al pilota nel merito delle loro vittorie.
È anche una storia di terribili incidenti, no?
Eh, sì… Purtroppo sono state tante le tragedie che riempiono la letteratura di questo sport, e molte sono presenti giocoforza anche nella mia storia
Il libro è una miniera di informazioni ma anche di curiosità come quella del giornalista che sta per pubblicare una biografia di Fernando Alonso quando lui ha appena annunciato il suo ritiro dalle corse e poi la rimette nel cassetto quando il pilota ci ripensa e torna in pista. Come ti sei documentato?
A dire la verità il giornalista asturiano che vuole pubblicare la biografia di Alonso e che si esaurisce perché Fernando ci ripensa, è una mia licenza narrativa con la quale ho voluto fare una simpatica dedica al pilota spagnolo per rimarcare la straordinarietà della sua carriera.
Ma a parte lo scherzo del giornalista di Alonso, effettivamente tutto il lavoro è stato una rigorosa, ed estenuante, ricerca e verifica di informazioni e dati di ogni genere. Le fonti sono state varie: a casa avevo già molti testi storici, ai quali durante due anni e mezzo di lavoro ho aggiunti altri, con anche una discreta spesa… e poi ho sfruttato l’infinito di internet dove ho trovato una incredibile vastità di documentazioni di ogni epoca, anche video, che mi è stata di enorme utilità.
Ma tu le vedi con piacere le gare in televisione oppure pensi che sia meglio affrontare il viaggio e ritrovarsi, che so, a Monza o Imola?
Ti confesso che io sono andato solo una volta a vedere un Gran Premio dal vivo, proprio a Imola per quello che è stato l’unico Gran Premio d’Italia nella storia del Campionato di Formula 1 non corso a Monza. Era il 1980, una vita fa… ma nonostante siano passati 46 anni il ricordo di quel week end mi dà ancora la pelle d’oca. Resta una delle esperienze più emozionanti della mia vita.
Certo non si possono vedere tutti i Gran Premi dal vero, e anche chi se lo può permettere ci potrà comunque andare una o due volte l’anno. Per chi non può permetterselo mai, come me, invece, poltrona e telecronaca alla fine sono un comfort collaudato.
Secondo te, chi è il lettore ideale di questo libro?
Mah, mi piacerebbe pensare che non ci sia un solo tipo di lettore, ma possa essere una lettura per tanti: gente grande, gente giovane, di qualsiasi sesso e genere, appassionati di vecchia data, non appassionati o che si stanno avvicinando alla Formula 1 da poco. Spero di aver narrato in maniera che sia un racconto digeribile per chiunque. Citando il finale della mia introduzione del libro: “Se col racconto di queste storie riuscirò a far rivivere certe emozioni a chi le ha già vissute o farne vivere di nuove a chi le sente per la prima volta, sarà la miglior gratifica alle mie fatiche”.



