Sono ancora così scossa e colpita da questi racconti che ho deciso di scriverne subito, a caldo, prima che la sensazione rabbiosa e incantata di queste storie liriche, potenti, venga sostituita da impressioni suscitate da altre letture. La verità è che, comunque, mi accompagneranno per un po’ queste storie improntate alla sopravvivenza, all’ossessione.
Dietro allo pseudonimo gaelico Liadan, si nasconde una persona che si considera non binaria; ma le storie narrate non hanno come elemento il genere ma l’intenso dolore che resta nelle ossa e nei ricordi degli eredi dei sopravvissuti ai Troubles. Il primo e l’ultimo racconto hanno come protagonisti due giovani nordirlandesi che non riescono a scrollarsi di dosso il senso di impotenza e di invisibilità che ha generato in loro l’oppressione inglese. Se infatti, loro vedono morti innocenti, uccisi da soldati, e la Regina e l’intero establishment britannico li loda e considera i soldati le vittime, quale spazio emotivo oltre il dolore e la frustrazione residua per le vittime reali? Il collegamento fra narrativa e realtà si completa nello straziante elenco di atrocità che pone fine al racconto finale, Daisy Hill, dove alla storia dolorosa del figlio di uno scampato a un massacro, si accompagnano le storie di bambini, madri, preti, ragazzi e ragazze torturati e uccisi e fatti passare dal governo inglese come atti di legittima difesa contro attacchi terroristici. Credo che questo sia il senso ultimo del titolo della raccolta, Sono ancora tutti qui. I morti non smettono di esistere, chiedono riscatto ai vivi. Se chi è morto non ha più parole, chi sopravvive può raccontare, e dare un nome e un contesto alla morte è l’aiuto che i morti chiedevano nel Sesto senso, non essere dimenticati.
Verso la fine del lungo racconto con cui Liadan Ní Chuinn apre la sua raccolta, il giovane narratore se la prende, senza nominarla, con la canzone Zombie dei Cranberries: «E poi si scrivono canzoni che dicono che è tutto nella nostra testa, e lo cantano, e lo dicono, come se nulla fosse mai successo. Continuano a pensare che loro sono irlandesi e noi no perché lo dicono gli inglesi». L’ossessione che il protagonista ha per la canzone dei Cranberries, composta dopo la morte di due bambini inglesi per mano del braccio armato dell’IRA, è quella di chi oppone alla visione pacifista evocata, la consapevolezza di decenni di violenze subite, che non possono che generare altra violenza. Cosa ne sanno della violenza quotidiana, insensata, gli irlandesi della Repubblica?
La dolorosa sensazione di essere in una sorta di imbuto lo accompagna dalla nascita, visto che due giorni prima del parto i suoi genitori furono fermati da miliziani unionisti armati a volto coperto. La consapevolezza di essere, forse per quel trauma, il figlio meno amato, lo porta a cercare di rendersi attivo e suscitare così l’amore della madre, genitore superstite, dopo la morte del padre, ma resta bloccato davanti alle parti molli di un cadavere.
Mancanze e ossessioni e desideri sono comunque il leitmotiv di tutte le altre storie: una ragazzina desidera disperatamente una famiglia e finisce con il legarsi alla famiglia del fidanzato, dove appunto il desiderio non è verso il ragazzo ma verso l’intera compagine familiare, accogliente, inclusiva; una bambina viene osservata mentre percorre tutti i giorni, da sola, il tragitto in un bus, e la protagonista prova a scrivere di lei, visto che non riesce a salvarla, a occuparsene, irrigidita nel suo proprio senso di disagio esistenziale.
Le storie sono incentrate su persone che vorrebbero provare a fare gesti eclatanti ma il bisogno e la necessità di sfuggire al male e al dolore li congelano nel momento estenuante della scelta necessaria alla sopravvivenza.
“Lo guardo. Osservo le sue mani sul volante. Papà, dico, vorrei che mi dicessi qualcosa.
Michael Madigan urla Scendi dalla macchina, Paula! e i pezzi di vetro ci colpiscono come fossero pioggia acida”



