Torna in libreria Ernesto Berretti con La giostra dei pellicani – Il buio dall’ira (Prospettiva Editrice 2026), un romanzo che rappresenta la seconda parte di una vicenda nata in un modo singolare, che può far riflettere sul rapporto tra verità e finzione. Infatti lo spunto di partenza è stato l’incontro con uno sconosciuto senzatetto che ha narrato a Berretti la sua vicenda personale. L’autore l’ha riscritta prima nel romanzo intitolato La giostra dei pellicani (Watson 2022, ristampato da Prospettiva Editrice nel 2025 col titolo La giostra dei pellicani – Il ricatto dalla Granluce) e ora l’ha sviluppata in questa nuova pubblicazione. Berretti, oltre a essere un autore ormai al suo terzo romanzo (il primo era un memoir che s’intitolava Non ne sapevo niente – Danube Mission le rivelazioni di un Basco Blu: Serbia 1995, Oltre edizioni 2019), ha un’esperienza lavorativa all’interno della Guardia di Finanza, quindi conosce da vicino le contraddizioni e le oscurità dei mondi che decide di raccontare, ma pure i piccoli gesti di eroismo come quelli dei pellicani che, per salvare i propri piccoli, si squarciano il petto pur di nutrirli con il loro sangue. Metafora che fa da sfondo a tutta la vicenda narrata in questa saga famigliare e civile, che va molto oltre il genere noir. Ne parliamo quindi con Ernesto Berretti.
Il buio dall’ira è parte di una narrazione più ampia, La giostra dei pellicani, che nasce con il romanzo precedente, Il ricatto dalla Granluce, era previsto così fin dall’inizio?
Dopo avere ascoltato il racconto di un clochard, incredibile e che può terribilmente accadere a chiunque ami qualcuno, ho voluto condividerlo con chi mi avesse dato fiducia come “brillante promessa”, parafrasando Alberto Arbasino. Come ben sai, durante il corso fatto con Luigi Annibaldi e Alice Felci ho sperimentato e dato vita a parte di quel progetto di scrittura. Poi, è entrata l’editor. E ha cominciato a stuzzicarmi e a entrare dentro a trama, ambientazioni e personaggi. Così, il romanzo di quasi trecento pagine ha oltrepassato le cinquecento. Sicché, pragmatico, con scarsa fiducia nel numero dei lettori di “brillanti promesse”, ho deciso di correre il rischio e giocarmi la carta di essere un potenziale “solito stronzo”: «Dividiamo la storia e ne realizziamo due romanzi a finale aperto» proposi. Oggi, chi li leggerà entrambi, potrà trovare Il buio dall’ira consequenziale a Il ricatto dalla Granluce; chi vorrà leggerne solo uno (privandosi però della scelta di considerarmi “solito stronzo”), scoprirà comunque una storia che fa riflettere e porsi domande.
Mi piace molto l’idea delle due copertine della nuova edizione che, messe una accanto all’altra, compongono una nuova immagine. È una tua trovata?
Una “trovata” dettata dall’evoluzione della trama dei due romanzi e dei contesti storici e geografici in cui si sviluppa. Sì, lo schizzo dell’idea sul notes è mio. Chi ha trasformato quegli scarabocchi in disegno, è stato mio figlio Stefano: gli altri due – Enrico e Francesca – e mia moglie sono intervenuti suggerendo, revisionando, aggiungendo dettagli e togliendone altri. E l’editrice ha accolto con grande entusiasmo la loro fantasia trasportando tutto in formati grafici buoni per la stampa. Gli apprezzamenti per questa “trovata” sono per me una grande emozione perché tengono vivo il ricordo delle video-chiamate di gruppo e della gioia di essere arrivati al risultato migliore, tutti insieme.
A proposito, perché hai pubblicato una nuova edizione del primo romanzo della serie?
Il mondo dell’editoria è molto complesso e ho capito che non sempre ciò che si vorrebbe realizzare possa poi realizzarsi. Per quanto ho sentito da amici scrittori, non è un problema limitato solo alla piccola editoria, ma non voglio entrare nel merito perché ci sono troppe variabili su cui discutere. Io ringrazierò sempre Watson per aver creduto nel mio progetto (anche Ivan, l’editore, era pronto alla dilogia) e per non avere ostacolato il proseguo del… volo dei Pellicani con Prospettiva Editrice.
Cosa racconti stavolta?
Cosa cerca chi è libero dopo oltre quarant’anni di immeritata detenzione? Cosa si aspetta dalla vita? Qual è la sua priorità? Ne Il buio dall’ira ho voluto percorrere ciò che ho immaginato scaturire, come conseguenza, dal massimo livello di rabbia, per l’appunto, l’ira. Il “buio” soffoca una persona per conseguenza di un evento scatenante che nel tempo si sottovaluta e non si affronta. Il “buio” a cui pensiamo tutti è la depressione. Ma la cattiveria? Può essere anche la cattiveria “buio” per conseguenza? E la sete di vendetta? Conduce a una “non vita” e sprofonda nel buio la vita stessa. E da cosa nasce la vendetta se non dall’ira? Tranquillo, Paolo, non è un trattato di psicologia. Saranno i miei personaggi ad avere a che fare con lo squilibrio del pregiudizio, con la ricerca della verità e con la pressione della vendetta. Il buono e il cattivo: sono davvero così o ci limitiamo solo al loro aspetto esteriore? E, se la vera verità è solo quella che riconosciamo e accogliamo, può diventare “ossessione” cercarla per una vita? Infine, perché dedicare la propria vita alla vendetta se non restituirà un solo minuto del passato? Ecco: io mi porrò domande e le condividerò con chi mi leggerà…
Cosa lega i due romanzi e cosa li differenzia?
I due romanzi sono legati da quel racconto del clochard e dai loro personaggi. E da una domanda che mi sono fatto: «Cosa hanno patito le persone venute a contatto con la malavita?». Ne ho immaginato il terrore, il dolore, la forza e la debolezza; l’esigenza di verità, non sempre utili.
Il ricatto dalla Granluce attraversa la storia d’Italia dal ’46 al ’98 del secolo scorso: c’è chi lo ha definito un noir storico. Il pitch è: «Si è trovato nel posto sbagliato e nel momento sbagliato. Sottomesso da un ricatto, per salvare la famiglia accetta di salire sulla Giostra che imprigiona chiunque ami qualcuno. Cosa avremmo fatto al posto suo?». C’è l’insana instabilità di chi rinuncia a sé stesso per salvare chi ama o per non perdere il proprio status quo.
Il buio dall’ira si sviluppa nel giro di un anno. L’hanno definito un noir morale. È più fiction rispetto al precedente. Ecco il pitch: «Non tutto è come sembra, la verità è una variabile e la vendetta non restituisce il passato. Questo impara chi sopravvive alla Giostra. Questi sono i primi comandamenti per chiunque ami qualcuno: i “Pellicani”». Qui c’è l’insana instabilità di chi vuole riappropriarsi di ciò che la vita e i soprusi hanno negato o, ancora peggio, imposto loro. Trattandosi di fiction ho preso spunto da voi maestri del noir (tra cui Gabriella Genisi di cui mi pregio dello “strillo”) per scandagliare l’intimità dei personaggi e per il ritmo della narrazione.
Ci sarà una terza puntata della Giostra dei pellicani?
Francesca Patti, l’editrice di Prospettiva, vorrebbe… Io avrei una mezza idea… Mah… Chissà… A te e ai tipi di Genius farebbe piacere?
Beh, sì, a noi piace sempre leggere storie nuove ben scritte e profonde. Hai parlato di sete di vendetta, che ruolo ha il concetto di “vendetta” nella tua produzione letteraria e come giudichi quella che purtroppo è una realtà tragica che si perpetua spesso di generazione in generazione?
È una delle grandi riflessioni che mi sono posto e che ho condiviso con chi legge La giostra dei Pellicani. Ammesso e non concesso che si raggiungesse un’agognata vendetta, sarebbe restituito un solo secondo del passato? Dunque, ha senso concentrare la propria vita in qualcosa di insano e completamente inutile? A voi la risposta… Sotto il profilo più ampio, che interessa famiglie, popoli addirittura, credo che più che di vendetta si concepisca il bisogno di rivincita: «Prima hai vinto tu: ora voglio vincere io». Lo so, sono estremamente semplicistico, ma la tragicità dei nostri tempi non dà spazi a soluzioni legittime, logiche e pacifiche. Temo che il concetto di “vendetta” possa divenire un’estrema difesa dall’egemonia, una disperata promessa di riscatto che incute preoccupazione all’altro, una drammatica corrida in cui il torero posa per l’ultima stoccata e il toro gli sbuffa davanti per incornarlo: il primo che parte, vive; è il momento sospeso in cui entrambi, allo stesso modo, rischiano di morire.
La tua esperienza nella Guardia di Finanza ha influenzato il tuo lavoro di scrittore, e in che modo?
È impossibile prestare un servizio per la comunità senza un alto senso di responsabilità e di appartenenza. Dall’interno, si vedono le cose in modo diverso, disincantato e senza filtri. Una lettrice ha osservato che ne Il buio dall’ira non c’è riscatto: può essere un effetto del mio impegno nell’istituzione, trattare il male con pragmatismo e senza dover considerare opzioni surreali per quanto inverosimili.
Secondo te, la letteratura ha un compito civile?
Ne sono convinto. Ciascuno esprime la propria visione condividendola con pubblico e interlocutori; chi scrive deve sapere che la propria visione sarà a disposizione di tutti, e che non avrà possibilità di correggere il tiro o di giocare sull’equivoco. Chi scrive ha una responsabilità enorme, scriva fiabe, humor o thriller: quella di innescare una riflessione.
Hai frequentato e organizzato corsi di scrittura, pensi che questo ti abbia aiutato nella stesura dei tuoi romanzi (non dimentichiamo il tuo precedente che narrava la tua esperienza come Basco Blu, che s’intitolava Non ne sapevo niente)?
Decisamente sì. Non possono esistere regole per una scrittura libera di esprimere idee e rilasciare emozioni; tuttavia, non possono ignorarsi le leve che sostengono meglio una trama o i percorsi intrapresi dagli altri scrittori. Leggere e scoprire. Leggere È scoprire. E una buona scuola di scrittura creativa può far conoscere alcuni guadi risolutori. Posso dire che Genius è stato questo per me? o è pubblicità esplicita?
Una dichiarazione così franca e sincera più che una pubblicità è una carezza, grazie Ernesto. Al prossimo romanzo.



