Si può riuscire a far convivere una vecchia canzone tradizionale romana, i viaggi nel tempo, la scomparsa di uno scienziato, la cronaca dei femminicidi, le mura di un ufficio pubblico, la pittura del Novecento, il podcast e la scrittura di un romanzo? Difficile ma non impossibile. Giovanni Giusti nel suo Quanta pena stasera (Edizioni Efesto 2026) ci prova e ci riesce. In questa vicenda ritroviamo Uolter, il protagonista del precedente romanzo di Giusti, Casinò Colosseo (Edizioni Efesto 2017), ma stavolta – lasciati al loro destino i pellerossa – si ritrova in un surreale e fantascientifico percorso che parte dalla canzone Barcarolo romano. Giovanni è anche uno dei tutor che si occupano dei laboratori della Scuola Genius. Fare una conversazione con lui è sempre un piacere. Ascoltiamolo allora in questa intervista.
Come ti è venuto in mente di unire la canzone tradizionale romana a una narrazione che chiamerei fantascientifica?
In realtà all’inizio erano due progetti separati. Il primo era una storia legata a una misteriosa macchina, una specie di prototipo di macchina del tempo, inventata un centinaio di anni fa da un giovane scienziato, che doveva sventare una serie di complotti che attraversavano vari decenni tra Novecento e Duemila. L’altro progetto era un podcast, diciamo di genere true crime, che, basandosi sull’analisi dei piccoli cambiamenti nel corso degli anni del testo di Barcarolo romano, una delle canzoni romane più amate, e scritta anche lei cento anni fa, voleva dimostrare che la protagonista del pezzo, Ninetta, non si fosse suicidata come si pensa ascoltandolo distrattamente ma fosse vittima di un femminicidio. Poi è arrivata la scintilla che ha unito i due progetti. E se il giovane scienziato, anziché occuparsi di cento anni di complotti, provasse con la sua macchina a salvare Ninetta, una ragazza, una sua coetanea, che tra l’altro lui poteva conoscere benissimo?
Non hai paura dell’effetto Un Marziano a Roma, il romanzo di Ennio Flaiano dove si capisce che anche l’arrivo di un extraterrestre in una città così ricca di storia ma pure di millenario sberleffo può alla fine produrre una gran pernacchia?
Adoro l’effetto Marziano a Roma. Figurati un romano medio di oggi che incontra il nostro scienziato vestito in abiti di cento anni fa, e lo vede armeggiare tutto concentrato con le manopole di una strana macchina appoggiata sulla spalletta di uno dei lungotevere, “Anvedi ‘sto soggetto…” penserebbe, e passerebbe oltre, neanche un video da mandare al gruppo del calcetto farebbe, altro che pernacchia… “soggetto” per chi non fosse molto avvezzo al romanesco è una persona vestita in abiti eccentrici e/o probabilmente non molto sveglio…
Cosa ti ha colpito di Barcarolo romano, tanto da scriverci addirittura un romanzo?
A parte la bellezza della canzone? Beh, senz’altro lo spostamento di senso nelle varie versioni che dicevo prima. I vari esecutori cambiano alcune parole, e non sempre le stesse. È leggero lo spostamento, ma esiste, ne ho analizzate una quindicina di artisti diversi, e mi ha incuriosito. Da cosa è dovuto? C’è sotto qualcosa? La storia di Ninetta è presa da una storia vera? Chi erano, chi potrebbero essere stati i protagonisti “reali” della vicenda? E poi l’ho vista anche come un’occasione per parlare di femminicidio, non se ne parla mai troppo. Tra l’altro nel libro c’è anche un’altra canzone piuttosto famosa legata a un femminicidio, ma non voglio fare spoiler.
E tra le quindici versioni di questa canzone, qual è quella che preferisci?
La versione più fedele all’originale di Romolo Balzani secondo me è quella di Lando Fiorini, e mi piace molto anche per questo. Ma la mia preferita è sempre stata quella di Gabriella Ferri, la potenza drammatica dell’esecuzione di Gabriella porta la canzone direi su un altro livello. Ma non voglio dire altro neanche su questo, per non svelare l’influenza che avrà sulla storia. In realtà sono molto legato a questa versione anche per motivi personali. Uolter, uno dei protagonisti del romanzo, il narratore, a un certo punto racconta un episodio della sua infanzia legato alla nonna che ascoltava Gabriella e il Barcarolo da una vecchia radio. Beh, ti posso dire che una volta tanto ho scritto una cosa totalmente autobiografica.
Ci sono molti fatti documentati e molti fatti inventati in questa storia, c’è più storia o più invenzione?
Sicuramente c’è più invenzione, però l’invenzione parte da fatti documentati. Che esistono le diverse versioni delle canzoni lo possiamo ascoltare tutti. In realtà però più che i fatti, sono i personaggi del libro a essere realmente esistiti. Lo scienziato scomparso, al netto delle mie invenzioni successive è realmente esistito, o il pittore Orfeo Tamburi. Come ovviamente sono esistiti Romolo Balzani, autore della musica e primo esecutore del pezzo, e Pio Pizzicaria, l’autore delle parole. Fatti storici invece no, non ci sono. I personaggi non si confrontano mai con la Storia con la s maiuscola, salvo qualche inevitabile riferimento al periodo fascista, in cui si svolge la vicenda di Ninetta.
Esiste davvero l’affresco che descrivi nei sotterranei degli uffici dell’Anagrafe di Roma?
Esiste. È bellissimo, è chiuso al pubblico e non lo conosce praticamente nessuno. È il “Carnevale romano” di Orfeo Tamburi. Raffigura la corsa dei cavalli lungo via del Corso, in occasione appunto del Carnevale, una tradizione durata fino quasi alla fine dell’Ottocento. L’opera prende tre lati di una grande sala, che era stata pensata per i ricevimenti. È un papiro che si srotola, è la gigantesca tavola di un fumetto, ci sono le chiese gemelle di piazza del Popolo, i cavalli lanciati in corsa, le maschere, diversi animali fantastici, gente che mangia, gente che si diverte, gli amici di Tamburi che gli hanno fatto da modelli, e lui, Orfeo, che fa da padrone di casa, al centro dell’affresco. Io ho avuto modo di vederlo qualche anno fa, ed è stata un’importante fonte di ispirazione per il romanzo. Dovrebbe essere reso visitabile, in qualche modo.
Ritroviamo in questo romanzo il protagonista del tuo romanzo precedente, Casinò Colosseo, in cosa è cambiato?
Beh, anche se Quanta pena stasera non è un seguito di Casinò Colosseo, Uolter in un certo senso nel nuovo romanzo si è un po’ adattato alla società che lo circonda. Il cambio di ruolo da “protagonista involontario” a “narratore” forse lo ha fatto maturare in qualche modo. In Casinò Colosseo era totalmente fuori dalla realtà, sempre immerso nei suoi pensieri, nei suoi fantasmi nella musica delle sue cuffiette. Qui in Quanta pena stasera, diciamo non è proprio l’anima della festa, e continua a lamentarsi delle persone che lo circondano e lo disturbano, ma, quanto meno, interagisce spontaneamente, e non solo quando costretto, con quello che possiamo chiamare “mondo reale”. Col mondo “non reale” o “meno reale” ci interagiva tranquillamente anche prima, e continua a interagirci ora, quindi da questo punto di vista, nulla è cambiato.
Secondo te, lui è una metafora dell’impiegato statale per eccellenza, una sorta di Fantozzi del pubblico impiego, oppure ha caratteristiche soltanto sue?
Fantozzi racconta la vita del mondo impiegatizio a suo modo, e al di là del personaggio, possiamo dire che è una riuscitissima forma di denuncia sociale. Subisce in silenzio, ma in realtà denuncia alcuni comportamenti. A Uolter non interessa denunciare niente, anche se inevitabilmente qualche considerazione sui colleghi e sul lavoro la fa. In realtà, lo dice molte volte, vuole solo essere lasciato in pace e vuole raccontare le sue storie, avulse o meno che siano dal mondo dell’ufficio. E poi rispetto a Fantozzi che è sempre al centro della scena, lui cerca di tenersi sempre in disparte anche se spesso non ci riesce.
Nel romanzo ha un ruolo importante un certo Ettore, cosa ci puoi dire di lui?
Ettore è uno dei personaggi che ho preso in prestito dal mondo reale, è il “giovane scienziato” di cui parlavo all’inizio. Incontra Ninetta aiutandola in un momento di difficoltà, poi di nuovo la incontra in una trattoria, dove lui andava a pranzo con la famiglia e lei faceva la sguattera. Due ragazzi poco meno che ventenni. È Ettore Maiorana, lo scienziato siciliano che scompare realmente e misteriosamente circa dieci anni dopo i fatti narrati nel Barcarolo romano. La mia ipotesi è che Maiorana non sarebbe proprio scomparso nel senso letterale della parola. Diciamo che la “Macchina di Maiorana” di cui, a proposito di complotti, ancora oggi si favoleggia sul web, che lui costruisce per salvare Ninetta, ha ancora necessità di una messa a punto, ha qualche malfunzionamento, che lo porterà anche a incontrare il nostro Uolter.
Lavori molto anche con i podcast audio, me ne ricordo alcuni molto coinvolgenti, qual è la differenza per te nello scrivere per le orecchie o per gli occhi, diciamo così?
Mi sarebbe piaciuto tantissimo, da sempre, fare qualcosa con la radio e non ne ho mai avuto la possibilità, o l’occasione. Fare podcast, quello audio “classico”, se così posso dire, è stato una grande scoperta, anche grazie a degli ottimi maestri che mi hanno seguito, e un buon “sostitutivo” della voglia di radio. Quando scrivo ho sempre una musica in testa, una canzone, o dei semplici rumori pronti a accompagnare il testo. Quindi, per rispondere alla domanda, scrivere per gli occhi o per le orecchie, pur essendo consapevole che le tecniche di scrittura e le modalità di fruizione del testo sono ben diverse, non mi fa grande differenza. Pensa che di Casinò Colosseo ne ho fatto anche una versione podcast, non un audiolibro, proprio una versione podcast, sceneggiata. E lo stesso vorrei fare con Quanta pena stasera che secondo me si presta anche meglio, tanto che vorrei riuscire a portarlo anche a teatro, in futuro. Chissà, magari quando riusciremo a impratichirci meglio nell’uso della macchina di Ettore…



