“Frutto del tuo ventre” di Elle Nash – traduzione di Stefano Pirone (Pidgin)

Questo romanzo sembra dirci che nel desiderio d’amore le nostre armi sono la compassione e il bisogno che susciti negli altri, che probabilmente si allontaneranno da te quando sentiranno la salda presa delle tue robuste braccia sul collo.

Dice William Carlos Williams nel suo poema Paterson “A tutto quello che non possiamo realizzare, a quello che all’amore è negato, segue una discesa, inarrestabile e indistruttibile”.

Cosa puoi fare se sei povera, pingue e poco brillante, cresciuta nel cuore malato e affaticato dell’America rurale, dove la religione è la pietra di paragone del tuo successo o fallimento. Se hai successo è perché hai aperto il tuo cuore a Dio, e hai permesso al Suo Figlio ucciso sulla croce di salvarti. E se invece la tua vita è una costellazione di piccole e grandi rinunce, di compromessi più o meno importanti, e sei senza una adeguata assicurazione sanitaria, allora è sicuramente colpa tua, della durezza del tuo cuore, e della tua mancanza nel cogliere le opportunità che ti si sono presentate ma non hai colto. Questo è il pensiero di molti americani, convinti che se le persone non hanno accesso ai parametri minimi di salute, integrazione e possibilità di studiare, la colpa sia imputabile esclusivamente a loro. Sappiamo che non è così. Ma questo chiaramente non è un trattato di sociologia e nemmeno di antropologia culturale. È una storia. La storia di una ragazza frantumata e disgregata, con un piccolo deficit cognitivo mai diagnosticato o curato. Una ragazza che ha subito pressioni sociali e familiari sulla maternità, e sul reale ruolo della donna, che non è altro che quello di sottomettersi all’uomo, chiunque sia: padre, marito o compagno, o figura di riferimento della comunità, come il Pastore.

Daisy, detta Dee Dee, ha poco più di 30 anni, è invischiata in una relazione tossica con un suo coetaneo, un uomo bellissimo, la cui bellezza risulta acuita anziché diminuita dallo sfregio che gli attraversa la faccia, quasi un segno di confine sul corpo. David, che Daisy chiama Papi, è bisessuale, o forse finge di essere etero per evitare il bullismo, nella terra del machismo ostentato. Si guadagna da vivere con lavori saltuari, e con la vendita di insetti. Se Papi ha una passione e un senso del dovere ce l’ha nei confronti dei suoi insetti. Daisy ha anche un segreto stordente e inconfessabile. Un abuso fisico di cui lei stessa non è stata davvero consapevole. Chi doveva proteggerla, non l’ha protetta.

Nella sua vita adulta, con poca speranza e molta difficoltà, il peso del pagamento dell’affitto e delle bollette grava interamente su di lei. Il suo lavoro è uno di quelli più tristi: lavora in una fabbrica di smistamento di carne di pollame, un ambiente in cui la ferocia e lo sfruttamento umano verso altri umani e verso gli animali è epico. I dipendenti vengono incentivati ad affettare e a ridurre in confezioni comode petti e cosce di volatili. In certi ambienti c’è sangue, puzzo di morte e di escrementi, e in altri scintillanti superfici d’acciaio inossidabile tirate a lucido con la candeggina. Nessuna operaia sa i nomi delle compagne, per riconoscersi, a parte il livore nel rivolgersi le une alle altre, perché un ritardo di una comporta un aumento di lavoro per le altre, usano i numeri con i quali sono entrate nella catena di montaggio. Non hanno pause per il bagno a parte quelle dovute per il pranzo, e vengono incentivate a produrre fino a distruggersi le dita. La vita di Daisy riceve due grosse sorprese, dopo una serie di aborti, scopre di essere di nuovo incinta, e vede che la sua nuova vicina di casa è la sua vecchia amica dei tempi della scuola, Sloane, espulsa dalla comunità perché aspettava un bambino fuori dal matrimonio.

La vicinanza di Sloane, bella, solare, intrepida, che non ha perso grazia né coraggio, dopo una gravidanza precoce e un bambino nato con una disabilità mentale, un matrimonio fallito, una bambina piccola, un periodo di detenzione per spaccio, una lotta per liberarsi dalla dipendenza, e una nuova gravidanza, fa uscire fuori tutti gli irrisolti tra loro.

Daisy amava Sloane, o l’avrebbe amata, anche se Sloane non sembrava particolarmente interessata, presa com’era a cercare di sopravvivere, e a scendere a patti con il bisogno di sedurre e il tentativo di superare l’ipocrisia perbenista che condanna le donne esuberanti e determinate all’ostracismo emotivo.

La gravidanza di Daisy è un po’ diversa da quella che lei pensava, ma il pensiero della bambina, che presto Daisy considera come una via di mezzo tra un piccolo angelo vendicatore e la possibilità concreta di trovare il suo posto nel mondo, diventa una forma ossessiva e paranoica. Incapace di accettare la realtà, ossessionata dal bisogno di controllo, Daisy si ricrea una realtà fittizia e alternativa, scardinando i pochi punti fermi della sua fragile, povera vita. Ogni giorno finisce con il farla impantanare sempre di più in un mondo di menzogna, dove la perdita della lucidità fa da contraltare al debolissimo tentativo di qualcuno di aiutarla, senza molte speranze.

Daisy vuole una bambina, e non si accontenterà di essere l’ultima della fila, quella con il moccio al naso, e i calzini sdruciti, e soprattutto quella che è destinata a essere meno amata perché non bella, non brillante e nemmeno particolarmente devota.

La discesa nella confusione diventa la modalità di sopravvivenza di Daisy, una doppia vita di cui anche lei fatica a tenere il passo. Non c’è altra possibilità che arrivare alla fine della gravidanza. E alla fine della gravidanza l’attende il disvelarsi dell’inganno, oppure una nuova possibilità.

Vite che non saranno mai destinate a fare altro che a sguazzare nel dolore, persone anonime, che se tocchiamo dimentichiamo. Questo sembra dirci questa storia. Il desiderio d’amore è una malattia, dove le tue armi sono la compassione e il bisogno che susciti negli altri, che probabilmente si allontaneranno da te quando sentiranno la salda presa delle tue robuste braccia sul collo. Non sarai tratta in salvo, ma farai affogare quelli che ci proveranno. E amen.

Una storia dura, acuminata, che racconta un fatto vero o che potrebbe essere vero. Lo choc che si prova nel leggerlo, la sensazione tattile di essere dentro un universo di sangue, piume, grumi di materia vitale, corpi laceri e contusi. Ci nutriamo di esseri maltrattati e fatti riprodurre solo per essere cibo, perché la stessa sorte non potrebbe capitare agli umani meno fortunati?

 

“Io e Sloane ci trascinavamo lungo il fiume, seguendo la corrente fino a metà strada da casa, prima di svoltare a sinistra nel nostro quartiere, e il pozzo nel mio petto si espandeva. Non c’era bisogno di guardare il fiume per capire quando ci stavamo avvicinando: la temperatura calava, tormentando la mia pelle con un pizzicore incessante. Ci raggiungeva anche l’odore, umido e con un sentore di marciume impossibile da identificare.

Non so perché Sloane lasciò che la tenessi per mano. Un attimo prima parlavamo della scuola e quello dopo me la stringeva forte. Passammo accanto alle case vittoriane che davano sul fiume, i disegni curvi e ornati incisi sulle facciate come volti che incombevano su di noi, le loro porte che sembravano sbadigliare. Tutto di lei era delicato, fino alle unghie, che erano lucide e rosa, con una strisciolina di bianco alle punte. Pulite, come dopo una doccia bollente.

«Perché hai mentito in chiesa?» domandai. Glielo vo­levo chiedere sin da quando la toccai durante il suo rito di liberazione. Lei allentò la presa. «Perché hai lasciato che ti credessero posseduta?»

Dio era etereo. Capivamo, forse, che era qualcosa di più grande di noi, ma Sloane aveva abbastanza cervello da metterlo in dubbio. Aveva presto capito come la chie­sa usava Dio, Gesù e Satana per controllarci. Non aveva paura di fare domande, a differenza di noialtri, con gran­de frustrazione dei nostri maestri: «Perché Dio permette che esista la sofferenza?» «Come facciamo a sapere che la nostra chiesa è il sentiero giusto, che non stiamo invece errando?» «Se Dio ha il libero arbitrio, non significa for­se che Lui può compiere anche il male?

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Marilena Votta

Marilena Votta nasce a Napoli e trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci. Ha pubblicato le raccolte di racconti “Equilibri sospesi”, “La ragazza di miele e altre storie” (Progetto Cultura, 2016) e “Diastema” (Ensemble, 2020), e le raccolte di poesie “Estate” (Progetto Cultura, 2019) e “Quando sono nata ho smesso di essere aria” (Edizioni Progetto Cultura, 2025). Il suo racconto “Fratello maggiore fratello minore” è stato pubblicato nell’antologia “Roma-Tuscolana”. Alcuni suoi racconti sono disponibili su varie riviste on line e cartacee. Nell’ottobre 2021 pubblica il suo primo romanzo, “Stati di desiderio”, con D editore. Del suo rapporto con la scrittura asserisce, convinta, che è il suo posto nel mondo. Scrive recensioni di libri che ama per "Dentro la lampada", la rivista della scuola Genius.

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