Raccontiamo storie da sempre. Da quando come specie umana abbiamo scoperto il potere di tenere avvinto un uditorio, far passare il tempo in un mondo fatto di pericoli e di buio. Raccontiamo storie per esorcizzare i demoni o per consolarci delle perdite. Una storia è una verità confezionata dentro una bugia.
In queste storie Kelly Link prende spunto dal folclore nordico, tedesco (fratelli Grimm) e norvegese e dalle favole francesi e reinventa personaggi e trame. Avidità. Paura. Amore. Insensatezza. Gelosia. Nel territorio evocato da queste storie è bandita ogni forma di linearità. Sospendiamo l’incredulità e ci immergiamo dentro specchi che rimandano immagini deformate. Pareti asfittiche che si restringono intorno alla gola. Nebbie spesse come tende bianche. Ci costruiamo vite che siano come baluardi contro gli attacchi del nemico. Ma non serve. Veniamo stanati e messi a nudo.
Ogni personaggio si muove spinto da un bisogno immenso, da un desiderio che travolge ogni forma di prudenza.
Un padre meschino e in aperta competizione con i suoi figli, stravolto dal desiderio smodato di eterna gioventù li spedisce per anni in cerca di cose impossibili da trovare, mai sazio di richieste. Il figlio più giovane arriva in un mondo parallelo abitato da gatti e diventa amico della gatta bianca, un essere straordinario che comprende la sua solitudine e la protegge. Sarà la gatta bianca a regalare al figlio gli oggetti richiesti dal padre, fino a offrirsi in una sorta di sacrificio devozionale, che, però, avrà per il padre, risvolti inattesi. E dunque, come dice Carver, di cosa parliamo quando parliamo d’amore. Di questo parliamo: di mettere chi amiamo al di sopra delle nostre ambizioni.
Alcuni artisti si ritrovano a compiere un viaggio, accompagnati da una forma oscura: la strada bianca è la condensazione di mostri e creature striscianti che hanno bisogno, ogni tanto, di un cadavere. Se il cadavere non c’è o dopo alcuni mesi o anni si è liquefatto, allora la strada si palesa in una forma strisciante e subdola di ricordo immaginativo delle persone amate e perdute. La strada, come in un romanzo di Stephen King, viene a tentare di prendersi chi cede al rimpianto e si avvicina all’immagine evocata di una sorella perduta, di un padre scomparso. È un mondo che ha perso le sue coordinate basilari. Un mondo in cui le risorse per vivere sono molto ridotte e la loro fruibilità è rischiosa. Per prendere qualcosa devi essere disposto a perderne un’altra. E alcune volte la cosa che perdi non è soltanto un oggetto, ma un pezzo della tua anima.
Un uomo si immerge nel territorio dell’inferno per tentare di riavere il marito, creatura non mortale, e promesso sposo da piccolo alla Principessa del Regno Infernale. Tra magia e crudeltà, inganni, salti mortali e promesse, sarà costretto a confrontarsi con l’offerta del suo amore mortale, e del rischio che il marito corre accettando una relazione umana. La morte e le malattie sono il naturale capolinea del nostro tempo. Ma se la nostra vita non fosse a termine e avessimo un tempo infinito, non misurabile, forse non ameremmo con intensità. Il fatto che questa sia la nostra unica possibilità di amare rende il tempo e l’amore prezioso.
Una donna rimane bloccata in un aeroporto, in quel tempo sospeso e fatto di non luogo che è l’attesa prima di tornare a casa dalla moglie e dalla figlia. È un’esperienza quasi surreale, quando il presente assorbe ogni confine con il mondo conosciuto. Il bisogno pressante cede e a un certo punto si trasforma in rassegnazione. Eppure, questa donna ha un segreto pronto a esplodere. Potrebbe essere una sorta di lupo mannaro. Potrebbe essere in perenne tensione nel tentativo di dominare la parte più selvaggia e incontrollata del suo sé più intimo. Quando sull’aereo si trova ad ascoltare donne che conoscevano sua moglie, prima che diventasse sua moglie, e la sua fame insaziabile di avventure sessuali, la biochimica del suo corpo rischia di tradirla. La fragilità della relazione controbilancia l’amore e la fiducia della loro realtà condivisa. Perché, che siamo donne o lupi mannari abbiamo bisogno di credere nella dedizione di chi ci dorme accanto.
Una ragazza, Miranda, con la madre bloccata in un lungo periodo detentivo in un carcere thailandese, ospite della famiglia della sua madrina a ogni Natale, vede dalla finestra un ragazzo con un cappotto antiquato con una volpe ricamata sopra. Quel ragazzo ha il permesso di assumere forma umana solo i giorni di Natale nel corso degli anni e quando nevica. Non può entrare in casa perché è controllato da uno spirito geloso che ha sembianze femminili. Quando lo spirito viene affrontato dalla madrina di Miranda, il ragazzo deve scegliere bruscamente se restare per sempre giovane in una dimensione oltre la realtà tangibile, oppure condannarsi a una breve vita. Una vita in cui può scegliere di ridere, piangere, toccare ed essere toccato quando vuole e da chi vuole. Essere dominato dal tempo. E dai danni che il tempo fa al corpo.
Un ragazzo bloccato con la sua tesi di dottorato riceve la proposta inattesa di occuparsi per tre mesi di una casa immersa in mezzo a una palude, e ha come obbligo tassativo quello di non far entrare il padrone di casa dalla porta principale. Unico indizio: il padrone di casa ha un piccolo cane nero. Nel tempo che trascorre nella casa, Andy riceve la visita di alci e orsi, ma soprattutto la visita di due sorelle, Rose White e Rose Red, che, in modalità differenti, in cambio dell’ospitalità, gli lasceranno dei sogni utili per fargli capire quale sia la vera natura del suo desiderio. E delle sue aspirazioni nel voler entrare a tutti i costi nel mondo accademico.
Queste storie offrono una percezione misteriosa non necessariamente comprensibile con una sola lettura. Come le storie delle fiabe che destrutturano, possono essere lette e rilette ogni volta che ci sentiamo vacillare. Il dono che hanno lasciato per me è questo: esiste una realtà non tangibile molto più vera di persone in carne e ossa. Il confine tra realtà e visione è un luogo sottile. Se lo sai cogliere hai una chiave di lettura per le contraddizioni e le ambiguità.
“Abbiate compassione della persona introversa con la faccia da psicologa o da maestra elementare. Come i lupi mannari, ci sentiamo a disagio negli spazi degli esseri umani e in loro presenza, anche se indossiamo la stessa pelle.
Abbiate compassione dei lupi mannari. Cosa può significare la storia triste di una sconosciuta? Basta lavarsela di dosso in una piscina verde. Addormentarsi nel puzzo acre del cloro e abitare i sogni frammentati e scomodi dei viaggiatori che sono passati di lì prima di te, tra capelli, forfora, ditate lardose e saltuari resti di immondizia e macchie incoerenti che occupano questi spazi transitori e mal illuminati.
Se ascoltate bene anche una stanza d’albergo sta parlando. Sta dicendo “manterrò il tuo segreto”.



