La furiosa rabbia delle adolescenti, il loro ossessivo bisogno di piacere, di essere perfette, bellissime, toniche, amate e popolari, condensati in questo romanzo, che, per certi versi, narra della competizione molto americana, instillata nelle ragazze giovani già al liceo.
Con una notevole abilità narrativa, il romanzo passa dalla prima persona singolare alla prima plurale, dove il passaggio dall’io al noi, rappresenta lo spirito di corpo, l’osservazione del gruppo verso l’esterno e verso l’implosione delle stesse dinamiche interne di un gruppo di determinate, fragili e crudeli cheerleader.
Abby è la vice e Beth la capitana, da sempre, un’amicizia che potremmo definire tossica, ma che, a 16 anni, è la quintessenza della giovinezza. Il legame fortissimo e solidale con chi ti può capire, il corpo una minaccia e una consolazione. Essere belle e magre e compatte è un dono da far fruttare o quantomeno da usare per sfidare il mondo ad accorgersi di te. Abby però è pronta a far cadere lo scettro della sua regina e a proclamare il suo eterno amore verso la nuova coach, Colleen, che tutte chiamano semplicemente coach. Colleen ha un marito distratto che lavora tutto il giorno, una bambina bellissima di 4 anni, Caitlin, troppo silenziosa, e un senso di dolore e delusione perché nulla la rende contenta, né gli oggetti costosi di cui il marito la circonda, né una maternità verso la quale è stata quasi costretta dal senso di aspettativa sociale. Insoddisfatta e sola, la Coach si butta a capofitto nel progetto di eliminare gli zuccheri e i grassi acidi di cui la dieta delle ragazze è piena, spingendole verso allenamenti duri e digiuni purificanti, vomiti autoindotti e rinuncia ai pasti.
Il complesso rapporto tra lei e Abby disturba Beth, che si impone di distruggere il sodalizio che la Coach ha instaurato con la sua vecchia amica. Il senso del tempo accelerato è tipico dell’adolescenza, dove in un mese ci sono tradimenti, baci, fidanzati e alleanze, che il mese dopo diventano un’altra cosa.
Quello che emerge è la devozione spietata, infinita, alla quale Abby sente di consacrarsi, al punto da correre dalla Coach in piena notte, su richiesta di quest’ultima, in una casa diversa da quella dove lei vive con il marito, a raccogliere le sue confidenze disperate e a scorgere un corpo riverso a terra. Una morte violenta interrompe e serra allo stesso tempo il cerchio delle alleanze e delle speranze in frantumi, i corpi esposti al giudizio degli spettatori, dei talent scout, dei tifosi. Beth vuole riprendersi il suo territorio, delusa dal voltafaccia di Abby, e non conosce freni né decenza, al punto da inviare foto compromettenti a chi non deve. Beth ha una serie di ferite, di dolori mai confessati, che l’hanno indurita. Eppure, davvero quando si conoscono queste ragazze, nonostante la loro gioventù, si fa molta fatica a definirle innocenti. Sono consapevoli di sembrarlo, però. Innocenti come un boccone di torta di mele, maliziose come un primo bacio tutto denti. Sono l’eden prima della caduta.
È difficile vivere dentro un corpo che può essere perfetto, e con una mente che realizza il senso di inadeguatezza sociale, e vuole costringere il corpo a ubbidire a dei dictat fatti per esaltarlo o sminuirlo. Quando hai sedici anni il mondo è una promessa che può realizzarsi, e ti senti debolissima eppure, capace di ergerti una spanna sopra gli altri. Il tuo corpo è leggiadria e prigione, e può, insieme alle altre cheerleader, realizzare un tutt’uno di miracolosa bellezza, qualcosa che è capace di suscitare meraviglia in chi osserva.
L’ambiguità di Abby verso le due figure polarizzanti della sua vita è la tensione narrativa che spinge il lettore a immergersi nell’ossessione di lei, e poi di tutte le altre, dove il limite viene continuamente spostato una spanna più in alto. Il prezzo da pagare per diventare adulte è una presa di coscienza, una perdita dolorosa e l’ammissione di un sentimento difficile da inquadrare, e al quale nessuno può dare un nome, visto che classificarlo significa riconoscerlo come esistente. Quando hai sedici anni la terra è una serie di frane e di smottamenti di terreno, di cambiamenti perenni, dove non esiste altro Dio che l’oggi e la pressione dei sentimenti conturbanti che sembrano destinati a durare per sempre. Ma quanto dura un per sempre a sedici anni?
“Dopo una partita serve una doccia di mezz’ora per togliere tutta la lacca. Per staccare tutte le paillettes. Per tirare fuori l’ultima forcina nascosta tra i capelli.
A volte resti sotto il getto bollente a lungo, guardandoti il corpo, contando i lividi. Toccando le parti indolenzite. Osservando l’acqua che turbina ai tuoi piedi, i lustrini che vorticano. Come una sirena che perde le squame.
Cerchi solo di rallentare i battiti.
Pensi, È il mio corpo e posso fargli fare delle cose. Posso farlo ruotare, saltare, volare.
Poi ti metti davanti allo specchio appannato; le strisce fucsia sono sparite, le ciglia non luccicano più. Ci sei solo tu e ti sembra di non esserti mai vista prima d’ora.
Ti sembra di non essere nessuno.”



