Tra un romanzo e l’altro mi sono ritrovato a leggere questo interessante saggio sulla normalità, sulla vita ordinaria, che è quella della stragrande maggioranza di noi. È uno scritto coraggioso, consolante e provocatorio. Coraggioso perché spezzare una lancia a favore della normalità proprio oggi, in cui il modello dominante è quello dell’esibizione di sé, del successo mediatico, della visibilità a tutti i costi, significa andare controcorrente; consolante perché, leggendolo, anche chi non è un influencer dai centomila followers, un politico che incanta le folle, un artista di grido, un intellettuale stravagante e piacione, un opinionista televisivo dagli alti indici d’ascolto o un ricco tecnocrate, sente di non essere un fallito, ma un essere umano con dignità pari a quella di chi sta sul palcoscenico. L’autore si spinge fino a esaltare la figura opposta a quella dell’uomo di successo e cioè l’individuo anonimo che consuma i propri giorni in una forma di apatia contemplativa spinta fino all’ignavia e che si nutre di un sentimento dell’essere che viene prima di ogni determinazione sociale o culturale. Nel libro vengono citati personaggi letterari emblematici, tra i quali Lady Bertram che nel romanzo Mansfield Park di Jane Austen se ne sta tutto il tempo distesa sul divano e Oblomov che nel romanzo omonimo di Ivan Gončarov è impegnato solo a “tenersi in disparte dalla vita”. Di loro viene sottolineata, al di là di qualsiasi considerazione etica, l’autenticità, la volontà di restare fuori dalla mischia, la refrattarietà a opporsi all’ordine delle cose, ma anche il fiero rifiuto di essere complici di una società che premia l’arrivismo, l’apparenza, la sopraffazione. L’assunto è che anche la vita più disimpegnata e apparentemente inutile ha un suo intrinseco, inestimabile valore, che è il valore dell’essere in sé perché “la vita è anzitutto un dono, non un compito né una sfida, e non abbiamo il compito di meritarcela”. Ed è il sentimento dell’essere, la coscienza di esistere che deve darci piacere. Certo, chi non sgomita per arrivare non avrà un monumento o una via a lui intestata ma avrà anche lui lasciato una traccia nel proprio microcosmo attraverso le relazioni che ha intrecciato, i figli che ha generato, gli insegnamenti che volontariamente o involontariamente ha impartito, gli oggetti che ha manipolato, gli aiuti che ha offerto.
Per tornare ai riferimenti letterari, l’autore cita le parole che Tolstoj usa in Guerra e pace per demolire la “grandezza” di Napoleone: lo “Spirito del mondo” viene descritto come “un ometto pieno di vanità, capriccioso e arrogante, ignaro del limite, convinto di star facendo la Storia mentre era solo – come tutti i potenti – il fantoccio di un meccanismo cieco, imperscrutabile”. Sul versante opposto sempre Tolstoj ci mostra nel romanzo giovanile Felicità familiare la bellissima e giovanissima sposa Maša che, dopo essersi abbandonata all’illusione della “vita vera” nel “mondo brillante e chiassoso” di San Pietroburgo, in un’eccitante “atmosfera di eleganza, di divertimenti e di modernità”, riscopre la “sostanza della vita” nella quiete ricca di affetti e di incombenze domestiche della propria dimora di campagna. Un altro esempio letterario di questo sentimento dell’essere viene individuato dall’autore nel personaggio di Dorothea Brooke, protagonista del romanzo Middlemarch di George Eliot. Donna bella e indipendente, Dorothea è attratta da tutto ciò che le appare grande per poi accorgersi che la vera grandezza non risiede necessariamente nelle grandi opere. “La sua natura traboccante” scrive la Eliot “si riversò in canali che non ebbero grandi nomi sulla terra. Ma l’influsso della sua esistenza su quelli che le stavano intorno fu incalcolabilmente ampio perché il bene a venire del mondo dipende in parte da azioni di portata non storica; e se le cose per voi e per me non vanno così male… lo dobbiamo in parte a tutti quelli che vissero con fede una vita nascosta e riposano in tombe che nessuno visita”.
Alternando citazioni letterarie, esperienze personali e idee di scrittori e pensatori come Hannah Arendt, Albert Camus, Simone Weil, Lionel Trilling e George Orwell, La Porta ci fa riflettere sui limiti della grandezza, che oggi, intesa come visibilità e successo mediatico, implica spesso dominio e sopraffazione, togliendo spazio e vitalità a quella maggioranza di persone normali che trascorrono nell’ombra le loro esistenze e che sono le fondamenta solide del nostro presente e del nostro futuro.



