«Questo è un pazzo o è un genio!» esclamò Silvio D’Amico leggendo alla redazione della Tribuna il titolo “Tanto va la gatta al lardo…” posto sopra una notizia in apparenza banale: una vedova, che ogni giorno si recava al cimitero per visitare la tomba del marito, era stata trovata morta accanto alla sepoltura.
L’autore del titolo era un giovane cronista appena assunto: Achille Campanile. D’Amico dovette considerarlo un genio, tanto da volerlo con sé per curare la terza pagina del giornale.
La genialità e l’anarchia della sua parola sarebbero preziose oggi, in tempi sconvolti da guerre e conflitti. Lui una soluzione per porre fine a tutto ciò l’avrebbe senz’altro trovata, come accade in una delle più esilaranti e profonde tra le sue Tragedie in due battute.
Un uomo dorme e viene svegliato da bombardamenti, dal rombo degli aerei, dalle urla delle ambulanze, dalle sirene, dagli spari, dalle esplosioni, dal crepitio delle mitragliatrici. Il mondo sembra impazzito.
L’uomo si alza, va alla finestra, si affaccia e grida: «Ma la finite di rompere i coglioni? Questa è ora di dormire!»
Segue un silenzio tombale. La guerra è finita.
Se questo può sembrare irriverente rispetto ai tanti morti che le guerre mietono, non si tratta affatto di un’ironia disancorata dalla realtà. Al contrario, come dimostra L’Eroe, romanzo della maturità, Campanile denuncia con forza gli orrori del conflitto, mettendo in luce come esso colpisca indistintamente vincitori e vinti.
Il fatto che lo faccia in chiave umoristica non deve trarre in inganno: anche nel “riso scemo” — come Pietro Pancrazi definì il suo umorismo — si alternano pagine di lirismo, velate di malinconia.
Campanile sembra non risparmiare neanche la morte. Eppure, dietro quell’apparente irrisione, si cela un profondo rispetto, forse persino un tentativo di esorcizzarla.
Come osservò Carlo Bo, “Campanile insegue un obiettivo: operare una sostituzione della logica. Se per noi è logico ciò che rientra in un quadro filosofico, per lui l’unica logica è quella svincolata dal controllo delle nostre idee”.
Non classificabile entro un solo genere letterario, era indifferente ai generi — non al marito della figlia, che non aveva, avrebbe detto lui. Scrittore completo, è rimasto al di fuori dei canoni tradizionali, e forse è proprio questa la sua fortuna.
Come un fiume carsico, le sue opere riemergono ciclicamente, dimostrando che la sua scrittura non ha tempo. Racconti contenuti in Cantilena all’angolo della strada (Premio Viareggio, 1933) mantengono una freschezza tale da sembrare scritti oggi.
È per questo che è giusto ricordarlo, come ha fatto Gaetano Campanile, istituendo un premio letterario oggi giunto all’ottava edizione.
A Gaetano Campanile abbiamo chiesto:
A chi è venuta l’idea di organizzare questo premio?
L’idea è nata dal mio caro amico, il Maestro Claudio Maria Micheli. Io ho subito creduto in questo progetto, nella possibilità di creare un riconoscimento in grado di valorizzare la scrittura umoristica di qualità, nel nome di mio padre e della sua opera.
Ho sostenuto con convinzione questa iniziativa, perché credo che l’umorismo — quello intelligente, sottile, capace di far riflettere — meriti attenzione, spazio e rispetto. Lo stesso tipo di umorismo che lui ha sempre praticato, con rigore, ironia e una straordinaria consapevolezza linguistica.
Così è nato il Premio Nazionale di Scrittura Umoristica “Achille Campanile”.
Come funziona il premio?
Da quest’anno il Premio è suddiviso in tre sezioni, tutte a tema umoristico: testo teatrale, romanzo e racconto breve.
Partecipare è semplice: basta scaricare il modulo dal sito ufficiale (www.premioachillecampanile.it) e inviarlo via email, allegando il proprio lavoro, entro il 30 giugno 2025.
Le opere sono valutate da una giuria di esperti di letteratura, umorismo e spettacolo, che seleziona i finalisti e i vincitori sulla base di originalità, stile e capacità di far ridere… ma anche pensare.
La cerimonia di premiazione si terrà a Roma il 20 settembre 2025, presso il Teatro 7 Off, durante una serata di spettacolo. Gli attori Sonia Barbadoro, Cristian Giammarini, Giorgio Lupano e il musicista Sebastiano Gabriele porteranno in scena una fantasia umoristica ispirata alle opere di Campanile, dal titolo Per chi suona il Campanile.
Durante la serata saranno annunciati i vincitori e consegnati i riconoscimenti: premi in denaro, targhe e attestati.
Negli anni precedenti ci sono stati vincitori che ti hanno colpito particolarmente?
Sì, certo. Abbiamo avuto nomi affermati come Adriano Bennicelli o Andrea Ozza, ma quelli che mi hanno colpito di più sono stati gli autori “amatoriali”, spesso giovanissimi. È la prova che il talento può nascondersi ovunque.
Come si vive gestendo l’eredità letteraria e culturale di uno scrittore? È una cosa che ti schiaccia?
All’inizio sì. Dopo la sua scomparsa, fu mia madre a occuparsi di tutto: dall’archivio di dattiloscritti e manoscritti — che solo lei riusciva a leggere, vista la calligrafia impossibile — ai rapporti con l’editore Rizzoli e con il mondo dello spettacolo.
Quando lei venne a mancare, nel giro di due mesi, dovetti sostituirla improvvisamente. Avevo 40 anni, ero molto timido, e mi trovai a gestire tutto ciò che riguardava l’opera di mio padre.
La cosa più difficile per me era parlare in pubblico. Poi un amico mi disse: “Ma che t’importa se dici qualcosa di inventato? Sei il figlio, l’unico erede, chi ti può contraddire?”
Da lì la timidezza svanì. Non ho mai inventato nulla, ma oggi mi sento a mio agio durante gli incontri pubblici.
Immagino che tu abbia conosciuto molti suoi colleghi. Chi ti ha colpito di più?
Sono cresciuto in un ambiente letterario molto vivace. Tra tutti, ricordo con ammirazione Leonida Repaci: presenza imponente, ma anche profondamente umana.
Poi Giorgio Montefoschi, di grande sensibilità, e Oreste Del Buono, vivacissimo intellettualmente.
Conservo affetto anche per Mario Camerini ed Ercole Patti. La casa si animava con la leggerezza di Amerigo Bartoli e Vito Molinari. È stato molto amico di Carlo Bo, uno dei suoi più grandi estimatori. Anche lui frequentava la nostra casa.
Tutti questi incontri hanno segnato la mia infanzia, offrendomi uno spaccato culturale prezioso, utile a comprendere l’uomo e l’autore che era mio padre.
Che tipo d’uomo era?
Era un uomo intelligente e profondo, con uno sguardo ironico sul mondo. Taciturno, preferiva ascoltare. A tavola parlava poco: faceva in modo che fosse mia madre a intrattenere la conversazione, così da godersi il pasto in pace.
Amava la semplicità, detestava la superficialità. Il suo umorismo era uno strumento per riflettere, mai fine a sé stesso.
Aveva una grande attenzione per i giovani, nei quali vedeva la naturalezza e l’essenzialità del teatro che amava. Era generoso e sensibile, capace di usare la parola come strumento di libertà.
Era consapevole del proprio ruolo nella cultura del Novecento?
Sì, certo. In Autoritratto, una sua commedia, dice chiaramente:
«Dentro di me sapevo, come una cosa certissima e ovvia, che un giorno sarei diventato scrittore. Dirò di più: scrittore celebre.»
Ma ciò non lo rendeva vanitoso. Era un uomo sereno, felice di aver realizzato ciò che desiderava.
Io l’ho conosciuto negli ultimi anni della sua vita: quando nacqui aveva 57 anni, e morì che ne aveva 77. Gli anni in cui capii davvero chi fosse furono pochi, ma vissuti con tranquillità in campagna, lontano dal caos romano.
I riconoscimenti ufficiali non lo interessavano: gli bastava la propria consapevolezza.
Velletri è vicino a Roma, ma resta provincia. Vivere lì fu una scelta snob?
No, affatto. Roma era a portata di mano. Giorgio Montefoschi, ad esempio, che lo seguiva per la pubblicazione delle sue opere con Rizzoli, lo raggiungeva spesso.
In realtà il trasferimento a Lariano, vicino Velletri, fu un mio desiderio. Lui lo accolse con piacere: desiderava pace.
Allevavamo polli (che nessuno aveva il coraggio di uccidere), coltivavamo una vigna (poi ci rendemmo conto che era più economico acquistare dello champagne).
Dopo qualche tempo dal nostro trasferimento si lasciò crescere una lunga barba bianca da patriarca. Anche quello fu un mio desiderio.
L’idea di lasciare Roma non fu snobismo, ma desiderio di equilibrio. Per lui era importante trovare uno spazio sereno dove lavorare e pensare.
Quale sua opera consiglieresti a chi vuole iniziare a conoscerlo?
Direi Manuale di conversazione, Premio Viareggio 1973. Una raccolta di racconti che mescola ironia e malinconia, elementi centrali della sua scrittura.
È un libro perfetto per cogliere la sua visione dell’umorismo come strumento per raccontare le contraddizioni dell’animo umano.
Chi lo legge ha in mano una chiave di lettura utile per apprezzare il resto della sua opera, dalle Tragedie in due battute a Cantilena all’angolo della strada.
Manuale di conversazione è il punto di partenza ideale per scoprire come l’umorismo possa anche essere uno strumento di riflessione.
E come commenterebbe Campanile il premio che porta il suo nome?
Probabilmente con il suo sorriso ironico e un tono tra il serio e il faceto. Forse direbbe:
«Bene, benissimo. Ma mi raccomando: chi partecipa non si prenda troppo sul serio!»
Oppure, con la sua solita autoironia:
«Un premio intitolato a me? Spero solo che i partecipanti sappiano ridere… anche di me!»
Sarebbe felice di sapere che il suo modo di usare la parola continua a ispirare nuove generazioni. Ma senza mai rinunciare alla leggerezza, vera cifra della sua arte.


