C’è un grosso cono che piange. Non che pianga lacrime umane, sta semplicemente resistendo alla pressione del gelato che si scioglie. È un cono oversize, dalla caratura spessa, segnato da piccole crepe qua e là che fatichi a tenerlo in mano per quanto è grosso e hai pure paura che si spezzi per quanto è fragile. Ti rendi conto subito che il problema non è il peso però, è quella fragilità che crepa tutta quella consistenza. Quello che contiene è raffinato ed elegante e romantico e universale ed è lì lì che dalle crepe cola una crema alle rose raffinata, un cioccolato profumatissimo; sei lì che ascolti le crepe scricchiolare che pensi sia troppo tardi ma lui regge, regge quelle nocciole tostate dentro una gianduia esplosiva. Poi, se vai ancora più a fondo, se ascolti il gusto fino in fondo al cono ci trovi del mango al pepe rosa e della fragola al profumo di menta. Jelly Roll è l’esempio di grandezza, abbondanza, un pozzo gigante che contiene mondi musicali fatti di consistenza e delicatezza. Ma tutto regge sulla punta del cono, il cono spesso, grosso, con una punta alla base piccola, sei lì che ascolti e senti l’imminenza del deflagrare delle sue parole come un gelato che cola giù dentro di te colmandoti e toccandoti l’anima fin quando non ti accorgi che a esplodere sei tu e, finalmente, ti commuovi.

Dentro la lampada
Parliamo del romanzo “Quanta pena stasera” con Giovanni Giusti
“All’inizio erano due progetti separati. Il primo era una storia legata a una misteriosa macchina, una specie di prototipo di macchina del tempo, inventata un centinaio di anni fa da un giovane scienziato, che doveva sventare una serie di complotti che attraversavano vari decenni tra Novecento e Duemila. L’altro progetto era un podcast, diciamo di genere true crime”.


