Io penso che esista, dentro ognuno di noi, una porta aperta e vuota dove finiscono le parole che dimentichiamo di dire, che non abbiamo voluto dire, che abbiamo scelto di censurare.
È tipo una porta sullo spazio, si affaccia dove il tempo non scorre, lì le parole buttate stanno sospese, legate solo da fili invisibili a pezzi in noi. E, mentre noi invecchiamo al di qua della porta, dall’altra parte le parole taciute, finte, esagerate, inutili si slegano, se ne vanno e si inabissano. Quelle vere invece, là nel buio, pesano, stringono i fili ai pezzi di noi che le hanno silenziate e a cui restano legate per sempre.
I più non le vedono, non ne sentono il rumore, ma silenziose fanno sanguinare.
Alcuni artisti, come poi succede pure nell’amore, riescono a connettersi con quello spazio al di là della porta e sono capaci di dialogare, di dire tutto di quei luoghi intimi. Sono in pochi ad arrivarci.
Chester Bennington, uno dei miei cantanti preferiti, da lì non è più tornato. Perché parole limpide e pure lo hanno portato troppo in fondo, dove l’anima va in frantumi.
Tutti gli artisti, tutti vorrebbero andare fin lì a trovare le parole, ma pochi si assumono il rischio.
E questa nuova canzone dei Linkin Park, Friendly Fire, dopo anni dalla morte di Bennington, operazione commerciale o meno, ha rimescolato la mia angoscia sulla fine del cantante. Perché so esattamente dove è andato.
E se fosse un gelato, sarebbe una coppa di vetro che stai mangiando, congelata, che va in frantumi e tu hai intorno chi ti ama, hai intorno chi ti difende, hai intorno chi dipende da te, chi si fida di te, chi conta su di te, ma tu la continui a mangiare perché tu la desideri, perché ne vuoi sempre di più ma non ti accorgi che la lingua ti sanguina, la gola ti sanguina e dentro i polmoni, l’intestino, il fegato sanguinano e i tagli ti uccidono un po’ alla volta e tu lo sai e non fai più nulla.
Facciamo del male alle persone che amiamo, mentre disintegriamo noi stessi e i fili legati agli echi di parole stringono e, insieme ai vetri, ti finiscono e ti portano giù, al di là di quella porta che si chiude in silenzio.

Dentro la lampada
“Introduzione alla mia morte” di Fabio Massimo Franceschelli (Del Vecchio editore)
Il romanzo racconta le storie di una famiglia allargata. Il giornalista di guerra Claudio, i suoi due figli adulti, Stefano e Sandro, la seconda moglie di lui, Sonia, professoressa universitaria in cerca di ispirazione per scrivere un saggio narrativo storico, il fratello Lorenzo, regista, la compagna del regista, giovane e promettente attrice.


