Come trasformo il gelato industriale in gelato

Con attenzione sfilo fuori dalla carne la mia anima, lo spirito che porto con me, che tutti o quasi portiamo con noi. Ne sfilo una parte e senza provare dolore ne strappo un pezzettino.

Entro nell’enorme laboratorio della fabbrica di gelato poco fuori Roma, sono ospite grazie a un amico per un progetto di qualificazione del prodotto industriale rispetto a quello artigianale. Insomma vogliono un parere.

Mi guardo intorno. L’ambiente è sterile, pulito, tutti hanno camici bianchi lunghi da medico e gli occhiali. Spingono pulsanti di un grosso macchinario, si apre una bocchetta di metallo da cui cola un composto in una grande tinozza piena fino all’orlo. Un monitor analizza i gradi Baumé e le percentuali di solidi inserite nella miscela. Tutto intorno sento suoni e meccanismi attivarsi.

Il mio amico mi presenta, gli operai mi salutano e un tipo dal camice blu scuro, a occhio il responsabile, mi chiede diretto cosa potrebbe dare un taglio più intimo, emotivo, al gelato prodotto in questo modo.

Lo guardo, guardo tutti i presenti e sento dell’aria soffiare forte attraverso un macchinario alle mie spalle per gonfiare il gelato.

Così decido di farlo, perché credo sia giusto. Quello che nessuno di loro racconterà.

Vado verso la grossa tinozza e avvicino la mano all’altezza del petto. Con attenzione sfilo fuori dalla carne la mia anima, lo spirito che porto con me, che tutti o quasi portiamo con noi. Ne sfilo una parte e senza provare dolore ne strappo un pezzettino. Tutti si muovono mi guardano e vedono questo lembo luminoso dalla mia mano finire nel grosso calderone con la miscela.

Alcuni ridono credendo fosse uno scherzo, altri in silenzio si guardano i piedi mentre il capo reparto con l’aria piccata mi ringrazia con un sorriso ironico e si congeda.

Ho saputo poi che in alcuni supermercati le vendite proprio di quella partita di prodotto sono aumentate per un breve periodo, per poi stabilizzarsi sul livello precedente.

È che il gelato industriale non ci interessa sia buono o cattivo. Il gelato industriale non ha anima.

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Andrea Fassi

Scrittore e co-fondatore della Scuola di scrittura Genius, nata nel 2019 insieme a Paolo Restuccia, Lucia Pappalardo, Luigi Annibaldi e altri professionisti dell'editoria. All'interno dell'accademia è docente di scrittura sensoriale e cura per il magazine "Dentro la lampada" la selezione dei migliori concorsi letterari nazionali. La sua produzione narrativa esplora le dinamiche del genere horror e weird. Ha pubblicato il romanzo "Papille" (Coda di Volpe, 2025) e diversi racconti, tra cui "Lamia" e "Il Netturbino" sul portale Scheletri.it e "Carne" sulla rivista letteraria La Nuova Carne. Ha ricevuto il premio al concorso "Bukowski" per il racconto "La macchina del giovane Saleri", mentre il lavoro "Quando smette di piovere" è stato selezionato tra i migliori racconti al concorso "Michelangelo Buonarroti". In ambito giornalistico ha gestito la rubrica "Esquisito" per la testata "Il cielo sopra l'Esquilino" e ha collaborato con "La Cucina Italiana”. Ogni due settimane cura SottoZero, una newsletter su Substack che trasforma il ricordo in narrazione breve. Pronipote del fondatore del Palazzo del Freddo, Andrea rappresenta la quinta generazione della famiglia Fassi. Ricopre il ruolo di Amministratore Delegato, con la responsabilità della sede storica di Roma e della produzione per i locali in franchising all'estero. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, ha conseguito il Master del Sole 24 Ore in Food and Beverage Management dopo aver maturato esperienze professionali nella ristorazione internazionale in diversi paesi del mondo.

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