Ci siamo abituati al fatto che Carrère parli molto di sé, ripetendo talvolta episodi già narrati in altri suoi libri. Succede anche in Kolchoz, dove vengono ripresi temi già affrontati in Un romanzo russo. Qui, però, le vicende personali cedono il passo a quella che si può definire una saga familiare, che affonda le radici nella Georgia e nella Russia degli zar e nella Prussia guglielmina, Paesi d’origine della famiglia materna. Carrère narra il destino di esilio e povertà dei nobili russi – anche la sua famiglia è di origine aristocratica – sfuggiti alla Rivoluzione d’Ottobre, fino ad arrivare al secondo dopoguerra, quando avviene il riscatto economico, sociale e intellettuale di Hélène Carrère d’Encausse, madre del protagonista e segretaria perpetua dell’Académie française, alla cui morte vengono tributati i massimi onori dal presidente francese Emmanuel Macron. L’autore, con una narrazione precisa, coinvolgente, ben documentata e sincera fino all’imbarazzo, si inoltra nelle vicissitudini, spesso singolari, di quattro generazioni, nelle quali si incrociano etnie e culture differenti, alla ricerca della propria identità di uomo e di scrittore.
Tra le figure più singolari compare il conte Evgraf Komarovskij, che ha scortato Caterina II in Crimea, accompagnato Alessandro I al Congresso di Vienna e poi, in qualità di presidente della Corte penale, processato i cospiratori decabristi. Di lui Carrère dice che avrebbe preferito che fosse stato uno di quei generosi aristocratici che insorsero contro lo zar per ottenere l’abolizione della servitù della gleba, ma è costretto a confessare, con la sua consueta franchezza, che i suoi avi “si schieravano sempre con la parte politica meno simpatica”.
Tra gli avi di Carrère, che hanno avuto una certa familiarità con gli zar, spicca un certo Nikita Panin, maestro di cerimonie a corte, che ha avuto il suo momento di gloria partecipando all’assassinio dello zar Paolo I. Questo delitto sarà decisivo per il percorso professionale della madre dell’autore: quando era una giovane studentessa universitaria di storia russa, Hélène superò brillantemente un esame fondamentale per la sua carriera accademica, casualmente incentrato proprio sulla figura di Panin, di cui conosceva bene la storia grazie ai racconti familiari. Questo episodio assume nel libro un importante significato simbolico, perché lega i destini della Russia zarista al destino individuale della madre di Carrère, divenuta uno dei massimi esperti occidentali di storia russa. È un episodio che unisce microstoria e macrostoria, come ce ne sono altri in Kolchoz. Emblematico è quello che il padre dell’autore, figura schiva che non amava i riflettori e che ha dedicato gran parte della sua vita a ricostruire le origini gloriose della famiglia della moglie, ha definito “Curioso ammiccamento della Storia a una coppia del XX secolo”. Nelle sue ricerche ha scoperto che il nonno giorgiano della moglie era nato in una città portuale del Mar Nero, dalla quale passava una delle più grandi vie commerciali dell’antichità, e che nel 65 a.C. Pompeo conquistò dopo aver fatto tappa all’attuale Encausse, stazione termale dei Pirenei di cui era originaria la famiglia di lui, il cui nome era Louis Carrère d’Encausse.
Centrale nel libro è la figura della madre, una donna intelligente ambiziosa, laboriosa e determinata, con la quale l’autore ha un rapporto conflittuale, pur amandola e ammirandola smisuratamente. Quello che le rimprovera, in particolare, è il suo allontanamento dal fratello Nicolas, musicista che da giovane è stato un bohémien, un motociclista e un appassionato di alpinismo, ma che dietro all’apparenza di un temperamento entusiasta e brillante nasconde un’indole malinconica, connotata da una profonda sfiducia in sé stesso, come si evince dai suoi diari. L’autore, che come lui confidava in gioventù a un diario le proprie insicurezze, si sente affine a questo zio e il loro rapporto si trasforma con il passare degli anni in una profonda amicizia, che rende inaccettabili le incomprensioni tra i due fratelli. Alla base di queste sta il diverso atteggiamento nei confronti della figura del padre, un uomo intelligente, orgoglioso e contradditorio, che sembra compiacersi della sua condizione di esiliato e che, accusato di collaborazionismo, muore in circostante misteriose alla fine della Seconda guerra mondiale. Mentre Hélène trova, grazie alla propria tenacia e autodisciplina, un riscatto nella carriera accademica, facendo di tutto per integrarsi nella società francese e cercando ostinatamente di rimuovere il proprio passato familiare, Nicolas assume un atteggiamento autodistruttivo, rifiutando di integrarsi e vivendo in modo precario. In questo modo rappresenta per la sorella un costante e indesiderato richiamo alla loro triste e umile infanzia. A esacerbare i dissapori familiari contribuirà anche l’autore stesso con i suoi libri autobiografici che, nel rievocare il passato, otterranno la solidarietà dello zio ma la disapprovazione della madre, che li vedrà come una minaccia alla rispettabilità sociale tanto faticosamente raggiunta.
La galleria dei personaggi si arricchisce di molteplici figure che compongono un caleidoscopio attraverso i diversi contesti storici e conferiscono alla narrazione uno spessore universale. Non mancano momenti di toccante umanità, come nelle ultime pagine, in cui vengono descritte la malattia e la morte della madre in un contesto nel quale alle celebrazioni ufficiali e solenni per un’Accademica di Francia si contrappone la calda e compatta intimità di una famiglia che si ricompone al capezzale della donna. E i tre figli, sistemandosi per la notte nella stanza dell’hospice dove si trova la madre, ripropongono il rito infantile di quando il padre era in viaggio:
“Trascinavamo nella camera dei nostri genitori due materassi su cui dormivamo io e Nathalie, mentre il posto accanto a mamma sul letto matrimoniale era occupato da Marina, la più piccola. Lo chiamavamo fare kolchoz. Quella notte, raccolti tutti e tre intorno a nostra madre nella sua camera al Jeanne-Garnier, abbiamo fatto per l’ultima volta kolchoz.”



