Un libro dentro un libro, una storia dove gli scrittori sono una delle possibili risposte alle domande su cosa significhi essere umani. Quanto ha senso il nostro stare al mondo. È una novella, molto breve dove ogni emozione è condensata, distilla la luce digradante del tempo che si srotola come la lingua di un rettile.
Traendo ispirazione da John Barth, l’autore crea la figura di Giovanni Bartolomeo, un uomo ormai anziano, un grande scrittore, che sta scomparendo. Scompaiono i suoi ricordi, la sua saldezza nel mondo che lo ospita, scambia il suo agente letterario per il marito di sua figlia, che ha sempre amato le donne e non ha mai avuto né desiderato un marito. Ma soprattutto Giovanni non riconosce di aver scritto il suo libro migliore, quello considerato un capolavoro, nel leggerlo ripudia sé stesso, rifiuta il messaggio che le pagine gli stanno comunicando, la rabbia feroce e lo stupore di un ragazzino, che seguiamo passo passo, respiro dietro respiro, bacio dopo bacio. Giovanni lancia via il libro e urla, e la figlia, Caterina, e Davide, il suo agente e amico credono che se riuscirà ad arrivare in fondo senza interrompersi riuscirà in parte a ricordarsi di averlo scritto lui quel libro, di averci messo tutta la ferocia e il desiderio e l’ansia di chi vuole una vita diversa da un lavoro impiegatizio. La malattia degenerativa cancella non solo i ricordi ma anche il desiderio. Cosa siamo quando lo specchio ci rimanda un’immagine che non condividiamo. Cosa diventiamo quando capiamo che siamo fatti per essere dimenticati. Giovanni è stato un marito e padre assente, preso dalle storie che gli hanno rubato il sonno e le emozioni, tutto preso dal bisogno viscerale, irrinunciabile di tradurre quelle emozioni in parole e frasi visibili agli occhi del mondo. È una sorta di scommessa contro il tempo, e l’oblio e la morte, e il sonno che cancella i minuscoli progressi e lo fa ripiombare di nuovo dentro la nebbia celebrale che gli offusca i pensieri. L’arte è davvero una strada per renderci migliori o più felici? Molti lo desiderano al punto da sacrificare anche i legami più forti.
Siamo immagini e ombre, bravi a camminare sulla corda tesa tra cose che perdiamo e cose che possiamo recuperare. Non siamo Philip Petit, siamo solo umani che attraverso le parole proviamo a sconfiggere la paura della morte e della solitudine e del nulla. Proviamo.
“Io sono uno scrittore sconosciuto. Amico di cantautori sconosciuti, pittori sconosciuti, musicisti, ballerine, pittori e pittrici, fotografi, attori e attrici sconosciuti quanto me. Eppure, loro sono bravi quanto sono bravo io.
Anzi sono più bravi degli altri perché vivono come operai e pensano come scrittori, si stancano tutti i giorni come casalinghe e fanno tutti i giorni due ore di esercizi alla sbarra sulle punte, fanno il turno di notte in guardiola studiando la parte che dovranno recitare la mattina per un pubblico di bambini delle elementari annoiati, si rompono le ossa tutta le settimana e passano il week end in macchina per due ore di scatti con la reflex presa a rate nel posto giusto e con la giusta luce, si spaccano la pelle delle mani nell’acqua sporca di un lavandino di un ristorante e spendono i loro soldi in colori a olio e trementina. Sono più bravi degli altri, di quelli conosciuti, perché hanno palcoscenici piccoli e senza scenografia. Sono più bravi perché non firmano autografi, perché non aspettano l’ispirazione ma se la vanno a prendere, perché la loro urgenza di raccontare è immensamente più grande e il loro pubblico immensamente più piccolo.
Sono più bravi perché si sentono dire ogni giorno che non ce la faranno ma continuano a provarci, ogni giorno.
Sono più bravi perché sanno che ogni giorno si avvicinano di più al buco nero, e ne hanno paura, ma si avvicinano lo stesso e camminano sul bordo del punto di non ritorno perché sanno che tutta la loro vita è stata una preparazione a quel viaggio.”



