Conosco Alberto Büchi da più di dieci anni, quando frequentava un corso di scrittura creativa con molto profitto e intanto cercava di vendere agli editori un romanzo che aveva scritto, una sorta di fantasy di avventure guerriere con sfumature paranormali horror, che non voleva nessuno. Di fronte ai risultati fallimentari della sua ricerca, mi ricordo che gli chiesi: «Ma esiste qualcuno al mondo che potrebbe pubblicarlo, questo romanzo?» Lui rispose che probabilmente sarebbe andato bene in America, intesa come Stati Uniti. Quasi per scherzo o forse con eccessivo ottimismo, gli dissi: «Allora fallo tradurre e spediscilo agli editori americani». Büchi lo fece e il romanzo venne pubblicato dalla Damnation Books col titolo Frontier Wanderer. Era il 2015 e così cominciò la sua carriera d’autore. Successivamente quel romanzo venne pubblicato anche in Italia (L’ eroe delle terre morenti, Nero Press 2016), si aggiunsero poi altri testi, altri romanzi, diversi racconti più un lavoro nel mondo editoriale e adesso Alberto Büchi è tornato in libreria con Non ti dirò mai addio (Arkadia 2025), un noir che mi ha permesso d’incontrarlo di nuovo e fargli qualche domanda, in occasione di una bella presentazione che abbiamo condiviso a Roma qualche giorno fa.
Una delle cose che mi ha colpito di più nella tua nuova storia è il fatto che Andrea, il protagonista, è un ex carabiniere, un reduce della strage di Nassirya. Potrebbe sembrare un calco da certe storie americane (reduci del Vietnam, ecc.), invece è una realtà anche italiana, ora.
Sì, esatto, ricorda molto certe storie americane di ieri ma anche di oggi. Soprattutto negli anni Ottanta quasi tutti i poliziotti o gli investigatori privati avevano un passato in qualche guerra.
Nel 2003 era stato un evento che mi aveva colpito molto e più avanti mi è sembrato naturale dare al mio protagonista questo passato. Andrea è un uomo dal passato turbolento, a Nassirya è stato ferito ma è sopravvissuto.
Una parte di lui però è rimasta segnata in profondità. Una delle tante ferite che si porta dentro.
Ho scelto questa pagina della storia italiana anche perché è giusto custodirne memoria
L’altra cosa che colpisce tutti i lettori – immagino – è la frase che poni all’inizio di tutto: “Alle cose impossibili che ti fanno sentire sbagliato”. Quali sono?
Quella è stata la frase che mi ha guidato per tutto il libro per ciò che riguarda le vite dei protagonisti. Tuttora è appesa nel mio studio di fronte a me.
Le cose impossibili sono tutte quelle cose della vita che non riusciamo ad affrontare, per svariati motivi. Possono anche essere paure bloccanti tutte dentro di noi oppure no. Ciò che le rende tanto importanti è il fatto che ci fanno sentire sbagliati, oppure diversi se è più facile capirlo.
Nessuno è diverso, nessuno è sbagliato.
Il messaggio è che non dobbiamo considerarle impossibili. La soluzione arriverà per abbattere il muro, e se anche ciò non fosse possibile, già solo la consapevolezza dell’ostacolo ci può permettere di aggirarlo e proseguire per la nostra strada.
Mi riesce più facile parlarne con l’esempio di Andrea. In principio nemmeno si rende conto di cosa desidera, cosa lo fa stare male, abbattuto così tanto dalle sue esperienze. Quando incontra Fiamma qualcosa cambia in lui e comincia la sua evoluzione interiore che lo porterà a capire che ciò che desidera non è poi così impossibile. Una famiglia, un centro di gravità, un nucleo di affetti, un senso di appartenenza. Può sembrare assurdo ma vi assicuro che ci sono persone a cui queste cose che sembrano tanto basilari risultano impossibili. E il pensiero immediato, conscio o inconscio è quello di essere sbagliati. Non bisogna però negarsi la possibilità di cambiare attitudine nei confronti dell’ostacolo al fine di ridimensionarlo.
Non ti dirò mai addio comincia con un’idea terribile, un uomo che dice di aver ucciso un altro perché l’aveva visto felice. Come ti è venuto in mente?
È un fatto di cronaca risalente al 2019, se ricordo bene. Avvenne a Torino e non a Milano ma mi sembrava perfetto per introdurre la mia città e il suo cuore nero, o presunto tale.
È accaduto proprio così, sui Murazzi, lungo il Po. Un ragazzo marocchino, cittadino italiano, ha aggredito una persona sconosciuta perché gli sembrava felice. Gli era da poco crollato il mondo addosso perché la moglie l’aveva lasciato, allontanandolo anche dal figlio e non aveva lavoro: era disperato. Qualcosa nella sua mente si era rotto e non ha più retto il peso della realtà.
Se esiste un cuore di Milano, è ormai nero, secondo te?
Tutte le città hanno un cuore nero, secondo me, e Milano non fa eccezione. È sufficiente pensare ai fatti recenti di Rogoredo per rendersene conto. È anche vero che molta gente quando pensa a Milano rivede le luci del centro, quello delle vie dei negozi lussuosi oppure lo scintillio della moda. Sono due facce della stessa medaglia.
Rispondendo in modo più preciso alla tua domanda, direi che no, non è del tutto nero. È una città vivace dove non manca nulla. Vi è chi dice che è presente un milionario ogni 12 abitanti, anche se forse la proporzione può risultare esagerata. Cosa più importante, l’arte, gli artisti, e i luoghi dove potersi riunire non mancano
Milano diventa personaggio collettivo che riflette le tensioni sociali del presente.
Senza raccontare molto della trama per non rovinare il gusto di scoprirlo ai lettori, qual è il centro di questa storia?
L’intreccio si sviluppa su tre linee narrative al cui centro c’è il personaggio di Andrea: il ritorno in Italia del Kosovaro; l’arrivo nella sua vita di Fiamma, la co-protagonista; le tensioni dovute ai rapporti passati con un insolito strozzino. Ho pensato a una struttura di questo tipo per mettere più pressione possibile al protagonista, chiamato ad affrontare simultaneamente il passato, il presente e un futuro incerto.
Andrea, porta su di sé le cicatrici della nostra storia italiana: è un ex carabiniere sopravvissuto alla strage di Nassirya, vive ai margini di una Milano che descrivo in modo cupo ma mai senza una certa luminosità o senza colori.
Milano diventa metafora di un’Italia che nasconde violenze sotterranee dietro la facciata della modernità e della ricchezza.
C’è nel romanzo un personaggio particolare, un cane di nome Lizzie, che è proprio un compagno di vita per il protagonista.
Andrea chiaramente soffre di solitudine e l’unica anima che lo consola e mantiene vivo il suo lato buono (prima dell’incontro con Fiamma) è proprio lei, Lizzie, il suo Amstaff dal manto grigio e bianco. Una creatura che lo completa, per certi versi. Sempre con lui nella cattiva e nella buona sorte, nelle battaglie e nell’intimità di casa. Un personaggio importante come quelli che non ci si aspetta, tanto per la trama quanto per la psicologia del personaggio.
Ti ho sempre saputo in compagnia di cani, quindi è una sorta di tuo alter ego, Andrea?
Sì, c’è molto di me in Andrea. Dal senso di solitudine che a volte mi attanaglia fino al desiderio di famiglia e una ricerca di affetto.
Questo anche perché ogni autore mette se stesso, in un modo o nell’altro, in quello che scrive. Volontariamente o involontariamente.
Io non riesco a immaginare una vita senza un cane accanto. Sento davvero che mi completa, così come avviene per Andrea.
Non a caso nei ringraziamenti dei miei libri c’è sempre una parte dedicata a loro, a tutti i cani della mia vita.
Mi domando che posto occupi nella tua produzione questo romanzo, ne hai scritti almeno quattro finora, se non sbaglio, anche differenti tra loro, no? Oltre a racconti e curatele…
Sì, è il mio quarto libro pubblicato. Il noir mi ha sempre incuriosito e affascinato. D’altronde ho sempre sostenuto che (elementi sovrannaturali a parte) gran parte delle storie horror, depurate da scene splatter e descrizioni raccapriccianti, non sono altro che thriller oppure veri e propri noir.
Me ne sono accorto portando nelle fiere L’Angelo Trafitto e parlando con i lettori. Questo mio precedente libro potrebbe esserne un esempio: una ragazza rapita e due personaggi improbabili, tra cui un poliziotto, che cercano di ritrovarla.
A questo punto, preferisci di più scrivere il gotico, l’horror, il giallo o il noir?
Questa esperienza con il noir, con Non ti dirò mai addio, mi è piaciuta moltissimo e credo che sia un punto importante nel mio percorso come autore. Senza rinnegare il passato, ovviamente. Non escludo la possibilità di continuare ad abbracciare il genere noir per future narrazioni.
E cosa preferisci leggere? Chi sono gli autori che ti parlano oggi come oggi?
Io leggo di tutto, davvero. Ecco, forse il romance non è proprio nelle mie corde. L’altro giorno, guardando la mia libreria mi sono reso conto che negli anni ho letto molti autori noir. Da Pinketts a Spillane, da Pulixi a Carlotto e a Scerbanenco. Oltre ovviamente ai mostri sacri come Chandler, Hammett e così via.
In generale, da un punto di vista stilistico, Philip Roth e Cormac McCarthy sono i miei riferimenti, per quanto si tratti di autori diversi tra loro.



