
Parliamo del romanzo “Non ti dirò mai addio” con Alberto Büchi
Conosco Alberto Büchi da più di dieci anni, quando frequentava un corso di scrittura creativa con molto profitto e intanto cercava di vendere agli editori

Conosco Alberto Büchi da più di dieci anni, quando frequentava un corso di scrittura creativa con molto profitto e intanto cercava di vendere agli editori

Un romanzo che narra una generazione sconfitta e abbrutita, che continua a crogiolarsi nel ricordo di un benessere ormai impossibile da recuperare, una generazione che preferisce la fuga alla fatica, il bisogno di approvazione ricavato dai social alla realtà.

Poche persone associano il saxofono alla musica pop ma solo gli addetti ai lavori e gli ascoltatori esperti, lo collegano alla musica classica.

Era una fredda mattina di gennaio del 1874, non era passato neanche un anno dalle esequie monumentali di Manzoni e Milano si preparava a salutare Giuseppe Rovani, scrittore scapigliato e gran viveur appena spirato, a cinquantuno anni, nella Casa di Salute a Portanuova.

Piumino da cipria, l’ha chiamata Indro Montanelli, in spregio alle sue cronache mondane e ai suoi ritratti (spesso al vetriolo) dei vecchi e nuovi ceti milanesi.

Sceglie il boccone prelibato con la stessa cura con cui medita ogni parola nella resa armonica della sua narrazione.

Le sue storie d’amore si sussurravano piuttosto che raccontarle, intimiditi come si era dal suo stesso riserbo.

Milano si sta trasformando, sorgono edifici sontuosi nella cerchia cittadina e splendide ville per il fasto e gli agi dei nuovi arricchiti, che Manzoni giudica severamente