Il 29 dicembre 1976 Silvia Labayru ha 20 anni ed è incinta di 5 mesi della sua prima figlia. È una militante montonera, un gruppo di militanza attiva e armata contro la dittatura di Videla, e ha un appuntamento con un informatore nel tardo pomeriggio di quella che è l’estate argentina a Buenos Aires. Quel giorno viene sequestrata, come tante prima e dopo di lei, incappucciata e condotta in un luogo chiamato la ESMA (ex scuola per la formazione degli ufficiali della Marina) e in un seminterrato torturata con l’elettricità perché faccia nomi, racconti fatti e progetti di attentati. In quel posto, la ESMA, Silvia resterà fino all’estate del 1978, quando nel modo misterioso e terribile dell’inferno che dà clemenza, verrà liberata e fatta partire per la Spagna.
Partorisce su un tavolo, senza aver potuto vedere un ginecologo dal giorno del sequestro fino al parto, con la paura costante di essere uccisa, o che le portassero via la bambina, o che venissero rapiti i suoi genitori; viene costretta a sentire le torture della giovanissima sorella del marito, subisce le umiliazioni del corpo più evidenti, nessuna privacy neanche per il bagno.
Silvia è giovane, è bella e bionda, parla, oltre allo spagnolo delle classi colte, anche inglese e francese, è un perfetto bersaglio per la cosiddetta “rieducazione”, un modello di persona da mostrare al mondo, come risultato del pentimento per aver scelto la militanza. Quando viene liberata su di lei grava il sospetto che abbia tradito, che sia rimasta viva perché abbia contribuito alle uccisioni dei compagni. Lo dicono anche le madri di Plaza de Mayo: chi è morto è un eroe, chi è rimasto vivo è un traditore. La realtà di un passato ancora dolorosamente recente non è quella che sembra. Nel tentativo di raccontare sé stessa e il suo tempo, Silvia accetta di fare una serie di incontri con la giornalista Leila Guerriero, con la quale ripercorrerà gli inferni che ha vissuto. È molto difficile scrivere di questo libro, perché si tratta di leggere di torture e di perdite e tradimenti e violenze sessuali oltre a tutte le altre violenze.
Non si può comprendere la realtà di chi viene rinchiuso in un posto disumano e che riesce a salvarsi.
Silvia viene scelta per essere salvata appunto perché sembra una di loro: di ottima famiglia, proveniente da una cultura di destra, che lei ha abbandonato, figlia e parente di militari. Nell’orrore sfrutta a suo vantaggio ogni piccolo spiraglio di vita, con la stessa caparbietà e vitalità di un gatto randagio, e dopo, quando è in salvo, rifiuta di restare ancorata all’etichetta di sopravvissuta o di traditrice, e cerca nuove possibilità. Cambia città e pelle molte volte per una vita sola, riesce anche ad avere un altro figlio dal secondo marito, circa 18 anni dopo la prima. In questa seconda gravidanza, molto voluta, a differenza dell’altra, lei vede un motivo di riscatto: la possibilità di essere davvero madre, di non far mancare al nuovo figlio la sua presenza affettuosa.
Tenta di resistere, e la sua stessa vita è la forma più tenace e feroce di resistenza.
Per salvarci dall’orrore cosa saremmo capaci di fare noi? Per salvarci la vita, per salvare i nostri cari, forse faremmo finta di obbedire ai carcerieri? È una risposta difficile da dare per chi sa che non verrà prelevato per strada e condotto in uno scantinato in cui verrà torturato e piegato. Questo libro racconta la storia di questa donna, la sua vita, difficile, ma anche da privilegiata, con le scuole migliori, cosa che poi le ha salvato la vita, il suo tentativo di andare avanti dopo quel momento, la difficoltà di essere una madre troppo giovane, un matrimonio distrutto dal sospetto e dalla incapacità di condivisione. E infine la vergogna, quella provata durante gli stupri, accettati come merce di scambio per avere la possibilità di sopravvivere. Di questo non si è parlato abbastanza, di come i corpi delle detenute venissero abusati sistematicamente, perché raccontare uno stupro era quasi una forma di mancanza nei confronti dei loro mariti o compagni.
La sua testimonianza, lucida, integra, ha fatto in modo che i suoi torturatori, già accusati di crimini contro l’umanità, venissero accusati anche di abusi sessuali. Questo è il punto più forte per me: non può esserci consenso se non sono libera di dirti di no. E anche se il sesso è stato consumato in un letto e non contro un muro o con una pistola puntata addosso è comunque uno stupro.
“Processo per violenza sessuale 2021. Fatti accertati: «Non ricordava se la terza o quarta volta la fece uscire nello stesso modo dalla ESMA, e le disse che l’avrebbe condotta a casa sua, dove pretese che avesse rapporti sessuali con lui e con sua moglie. Le spiegò che la moglie era al corrente della sua situazione e che lei doveva dire che era una prigioniera e che veniva trattata molto bene, che si chiamava in quello che loro chiamavano regime di riabilitazione.
La portarono in camera da letto, la spogliarono e le chiesero di fare sesso con loro. Poi pretesero che dormisse con loro nel letto matrimoniale.
Questi abusi sessuali congiunti si ripeterono altre 5 o 6 volte. Una delle volte in cui suo padre era in volo, si presentarono lì e abusarono di lei, tutti e due, nell’appartamento di suo padre.
«Questa idea di non essere una vittima, l’idea che non possano farmi del male. E invece sì che le hanno fatto del male.»
«Si. Mi hanno fatto molto male», dice lei guardandosi le mani.”



