La cresima

Un racconto crudo che ci mostra il rapporto di una madre con i propri figli.

La bambina indossa un vestito a fiori. È il suo preferito, con le ombre ocra tra i petali gialli. Oggi è il giorno della cresima di suo fratello Andrea e sua madre le ha permesso di mettere i sandali bianchi al posto delle scarpe blu con gli occhielli e la fibbia che taglia la caviglia. Davanti allo specchio accenna a due passi di danza, sollevando la gonna sopra alle calze di pizzo. Non la sente arrivare. Sì non la sente arrivare quella botta secca sulla nuca, che le fa sbattere la testa contro lo specchio. La voce della madre è un sibilo di vetro: sempre a pavoneggiarti, sai che non mi piace che entri in camera mia e ora guarda cosa hai combinato, ti sei anche morsa la lingua. Hai macchiato il vestito. Vai vai a cambiarti. La bambina trattiene le lacrime, sa che se no è peggio. Si avvia verso la porta guardandosi i piedi. Dietro di lei, sempre in un sibilo: Giulia, bada di non dire niente a tuo padre che domani siamo di nuovo io e te. Giulia va in camera sua,  si toglie il vestito macchiato di sangue, si infila un abito blu di tela, le scarpe con gli occhielli e la fibbia e si avvia verso la porta di casa. Sua madre sta parlando con zia Margherita, la voce dolce e allegra. La nostra piccolina, ma ti sei cambiata, cos’è quel broncio? Ha un carattere questa bambina, su su andiamo che facciamo tardi.

La madre in cucina prepara i ripieni per il pranzo della cresima. Sbollenta le verdure, le svuota, taglia le cipolle, affetta finemente le patate. Olia il fondo di due teglie, una grande e l’altra piccola. In una adagia le patate, poi le zucchine svuotate e le sfoglie di cipolla. In quella piccola alcune zucchine e cipolle per sé, che il medico le ha vietato i soffritti e si preparerà una versione leggera. Dalla portafinestra che dà sul giardino si sente l’abbaiare dei cani, mischiato alle voci dei parenti che stanno tornando dalla cerimonia. Giulia entra in cucina con il cestino dei confetti e lo appoggia sul tavolo. Prima di uscire, si avvicina alla teglia piccola, dove sa che sua mamma prepara i ripieni per sé, e versa qualcosa nel cavo delle verdure. La madre sta controllando la cottura delle melanzane e non fa caso a lei.

Giulia stringe la mano di suo fratello e bisbiglia: la odio. Lui si volta divertito ma appena vede il suo sguardo diventa serio. Oh ma cos’hai oggi? Ti vesti da monaca, guardi tutti in cagnesco. Tu mi proteggerai sempre vero? Me lo giuri? Andrea la abbraccia. Ma certo che ti proteggerò sempre, sei la mia sorellina.

Ad Andrea questa conversazione torna alla mente solo il giorno dopo, quando un poliziotto imponente e sudaticcio gli chiede, a pochi centimetri dal naso, se aveva aiutato a preparare il pranzo. Gli chiede cosa ci faceva in camera sua una bustina del veleno per topi e come mai ne era stata trovata traccia nel cibo di sua madre. Gli viene in mente che il giorno  prima  aveva visto Giulia sfrecciare fuori dalla sua stanza. Gli passano davanti i mille scatti d’ira di sua madre, brevi e micidiali come una frustata. Pensa a quelle mani di acciaio che, se ti afferravano, potevano slogarti un braccio. Bada, gli aveva detto lei quel giorno di qualche mese fa, al medico devi dire che sei scivolato scendendo le scale.

Adesso il poliziotto si è seduto davanti a lui, gli avambracci appoggiati sullo schienale della sedia, e lo guarda dritto negli occhi. Oh, ragazzino, non è uno scherzo, tua madre è morta, capisci? MORTA. Bisogna che ci aiuti a capire cosa è successo. Fallo per tuo padre, per la tua sorellina, povera creatura.

Ti proteggerò sempre. Così aveva detto a Giulia abbracciandola, ti proteggerò sempre. E tacque.

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