«Le prove oggi sono andate piuttosto bene, vero, Gionni?».
«Ci sono alcuni passaggi da rivedere, soprattutto nella parte introduttiva dove l’arpeggio del basso di Paolo è troppo accennato», dice Gionni rivolto a Giorgio.
«Per quanto mi riguarda, l’arpeggio potrei farlo più prolungato nel finale».
«Buona idea, Paolo», dice Ringo tenendo il piatto di bronzo fermo con la mano per evitare che continui a vibrare.
«Basta prove per stasera, ho fissato di uscire con una tipa che ho conosciuto ieri sera in un pub in fondo a via dell’Abbazia».
«Sei il solito sciupa femmine, Gionni, non cambierai mai», dice il giovane chitarrista appoggiando il basso sul mobiletto sopra gli spartiti scarabocchiati.
«Io vado a farmi una birra, chi viene?».
«Se ne beviamo due, vengo io, Paolo, ho bisogno di rilassarmi».
«Se alle due di Ringo ne aggiungete una terza, potete contare anche me», negli occhi di Giorgio si intravede la voglia di dissetarsi abbondantemente, ma non di acqua.
«Aggiudicato, vi aspetto fuori dalla sala d’incisione». Giorgio abbandona la stanza canticchiando allegramente “Ieri, tutti i miei problemi sembrano così lontani…”
Al pub alla fine di via Abbazia, una ragazza, con gli occhi a mandorla, piuttosto esile e con i capelli lisci e mori, attende all’entrata battendo, quasi stesse canticchiando una canzone in testa, il piede destro.
«Ciao Ioco. È tanto che aspetti?».
«Giusto dieci minuti».
«Entriamo che ti fischietto la nostra ultima creazione. Prima però mi scolo una pinta».
«Uuu, non vedo l’ora Gionni, adoro le tue geniali melodie, ma io ne bevo una mezza, intera è troppa. Sono sempre intorpidita dalla serata di sole donne fatta ieri».
I due si accomodano su una panca vicino all’ingresso dello sgabuzzino che contiene le scorte di birra, per stare in disparte.
Ioco sfila gli occhiali tondi dal naso di Gionni e li indossa.
«Come mi stanno?»
«Ti fanno un’aria intellettuale».
«Dici?».
«Levateli adesso, preferisco contemplare i tuoi graziosi occhietti a mandorla, mi danno un senso di internazionalità».
«Razzista! E poi, sono nazionalizzata americana», la giapponese gli fa la linguaccia per ribadire il concetto.
Il barista segna l’ordinazione: «Ok, una pinta intera e una mezza, entrambe rosse. Arrivano immediatamente».
«Senti Ioco, ma Ringo è al corrente che usciamo insieme?».
«Assolutamente no! Sai che è ancora innamorato perso di me».
«Questo fatto mi infastidisce, siamo amici di lunga data con lui. Ho come l’impressione di tradirlo».
«Te l’ho già spiegato, tra noi è finita mesi fa. Non ero più innamorata già da prima che ci lasciassimo».
«Che tu lo lasciassi».
«Sei noioso quando correggi le parole, anche se sei uno scrittore straordinario, non importa che ogni volta tu ribadisca l’imprecisione».
«L’hai lasciato tu, lui non era d’accordo, quindi la precisazione era necessaria», ribatte Gionni infastidito.
«Dammi un bacio, sig. Precisetti».
I due si avvinghiano mossi dall’impeto di una passione inutilmente rimandata.
«Stavo sognando il passato. E il mio cuore batteva forte», canticchia e, poi, le chiede: «Ti piace come inizio?».
«Meraviglioso, come si intitola la canzone?».
«Ancora non ho deciso, parla di un ragazzo geloso, ma credo che non la condividerò con gli altri».
«Hai deciso di fare il solista?», la faccia stupita di Ioco esterna l’inaspettata sorpresa.
«È un po’ che ci sto pensando».
«Secondo me sbagli, siete così affiatati tra di voi».
«Hai ragione, ma ultimamente mi annoio a suonare con loro».
«Fai te, sei grande abbastanza per prendere decisioni del genere».
La serata prosegue tra approfonditi baci e sensuali carezze reciproche, ma poi vengono avvertiti che il pub sta per chiudere. Quindi se ne vanno lasciando quattro boccali di birra, di cui uno piccolo, vuoti sul tavolo.
Dopo essersi salutati, Ioco rientra a piedi verso casa, ma viene chiamata da un tizio che si nasconde dietro un angolo: «Ioco, ti devo parlare».
La ragazza si volta in direzione della voce e vede la faccia allarmata di Giorgio.
«Che ci fai qui? È tardi!»
«Non dirmi che sei stata finora con Gionni».
«E allora?».
«Come, e allora? Ma ieri sera non ha contato nulla per te?».
«Una piacevole serata piccante al punto giusto. Tutto qua».
«Ma io mi sto innamorando di te, l’ho anche confessato in una canzone: Qualcosa nel modo in cui si muove. E tutto quello che devo fare è pensare a lei».
«Lo so, ma sono confusa perché anche tu mi piaci molto». Le si avvicina con le labbra e si lasciano andare a un profondo intreccio di lingue e saliva. Poi, Ioco corre a rifugiarsi nel sotterraneo della fermata della metro.
Giorgio decide di lasciarla andare, ma una lacrima bagna la sua guancia infreddolita.
«Guarda chi si vede?», domanda sorpreso Paolo che è seduto dentro il vagone della metro nel quale è appena entrata Ioco.
«Che coincidenza! Stesso treno, alla stessa ora e nella stessa direzione. Come stai, Paolo?».
Lui con gli occhi semichiusi e allappando decisamente: «Mi sa che ho bevuto qualche birra di troppo. Mi sembra di essere in una lavatrice».
«Ma che stai scrivendo su quei fogli mezzi accartocciati?».
«Scarabocchio delle idee per una nuova canzone che mi è venuta in mente proprio adesso, vuoi sentire come inizia?».
«Dai, sono curiosa».
«Quando cerco me stesso in periodi difficili. Madre Maria viene da me. Lascia Che Sia».
«Non sapevo che tu fossi religioso».
«In realtà è un gioco di parole, mi riferisco a mia madre Maria. La canzone è triste, non sto attraversando un buon momento».
«Che ti è successo?».
«Una banale crisi esistenziale, mi annoia fare tutto…sono arrivato, è la mia fermata».
«Hai dello Scotch in casa?».
«Ovvio. Di puro malto scozzese».
«Ti scoccia se vengo da te a bere un paio di bicchieri. Stasera non ho voglia di andare già a letto, e anche tu, sembri bisognoso di fare due chiacchiere».
«Ci sto. Seguimi».
I due entrano nella villetta spingendosi scherzosamente. Ioco si toglie subito le scarpe: «Dove tieni l’alcol?».
«Nel mobile marrone a vetri, prendi la bottiglia con l’etichetta nera».
Dopo aver bevuto tutta la bottiglia, che era quasi piena, i due compagni di fine serata ridono e scherzano, quando, all’improvviso, Paolo prende con fermezza la testa di Ioco e se l’avvicina a sé.
«Cosa vorresti fare?», dice Ioco senza però far arretrare il volto.
Paolo le toglie un ciuffo di capelli dal volto e la bacia imprigionando i fianchi di lei con le sue gambe.
«E adesso?».
«Ma io sono innamorata di Gionni».
«Lo so bene».
Le toglie la maglia senza incontrare resistenza e con la lingua inizia ad accarezzarle i capezzoli dopo aver tolto il piccolo reggiseno con il mento.
Lei, senza esitare, sbottona i pantaloni di Paolo. È presa da un impeto incontrollabile di essere posseduta immediatamente.
Dopo due ore abbondanti di sesso sfrenato, Ioco, mentre si riveste: «Non dirai nulla a Gionni, vero?».
«Ma figurati. Stai tranquilla, nessuno lo verrà a sapere, magari però ti descriverò in una canzone…ho conosciuto una tipa che si chiama Eleonora e le darò il cognome di un negozio di Bristol di articoli sportivi in cui ho comprato un pallone da calcio durante una tournée. Era carino, si chiama: Rigby».
«Ti sembro un pallone? Eleonora mi piace come nome».
Nel marzo di quell’anno, a Gibilterra, Gionni e Ioco si sposarono vestiti di bianco. Tra gli invitati: Ringo pianse tutto il tempo, Giorgio stava in silenzio con lo sguardo rabbioso fisso su Ioco e Paolo sorrideva perché, alla fine, erano una bella coppia. E, se lei era scaltra nel tenere le sue scappatelle nascoste a Gionni, sarebbero pure durati a lungo.
Sul tavolo, le bomboniere a forma di scarafaggio attendevano di essere consegnate agli invitati.



