Io so io

Un racconto che ci dimostra l'autodeterminazione e la consapevolezza di sé.

“Perché io so’ io, e voi nun sete un cazzo”. Questo diceva il marchese del Grillo nell’omonimo film, ed è un’espressione che hai sempre adorato, così forte, così potente, così rappresentativa della sua sicumera, del suo incrollabile credere in se stesso. Non egocentrismo, ma consapevolezza e autostima. Il pronome in prima persona è poco usato, si tende spesso a sottintenderlo. “Ciao, vado a fare una passeggiata”. Se dici “IO vado a fare una passeggiata” spesso stai sottintendendo altro, ad esempio “non mi va di stare qui a fare chiacchiere vuote”, o peggio “preferisco star da solo che con voi”. Quanto a te, usi il pronome proprio come il marchese, quando vuoi mettere in evidenza la tua persona. E per l’appunto, nella situazione che stai vivendo è fondamentale porre l’accento su te stesso è indispensabile.“Io me ne vado”, hai detto. E ancora: “È definitivo. Ci ho pensato tanto, ho esitato tanto. Siamo sposati da vent’anni, e sai qual è la novità? Che dopo vent’anni di passi indietro, dopo vent’ anni di ritorni nell’ombra, dopo vent’anni di rinuncia all’inquadratura in primo piano, ora, finalmente, ho le idee chiare. E ho deciso che me ne vado. Io. Io. Proprio io.”Le molte sillabe che compongono questa frase sono uscite tutte insieme, quasi lanciate fuori, come ad evitare ripensamenti, come a sottolineare la definitività del pensiero che le ha ispirate. Ahhhhhh. Ti senti leggero. FINALMENTE leggero. Lei è incerta. Non capisce se tu stia scherzando, esagerando, o se tu sia semplicemente serio. Pian piano la comprensione si fa strada dentro di lei: traspare dall’espressione del suo viso, che da sorpresa, quasi trasognata, si indurisce fino a diventare rabbiosa. “Tu? Tu? TU? Tu avresti rinunciato all’affermazione? Tu avresti fatto passi indietro? TU? Ma quando? Ma davvero hai questo coraggio?” “Non ci casco, bella. Non riuscirai a rivoltare la frittata, come fai sempre. Non riuscirai a trasformarti da carnefice in vittima, non riuscirai a sollecitare i miei sensi di colpa. Basta. Basta. BASTA!” L’ultimo “basta” l’hai urlato. “Ho deciso che non ne posso più”, prosegui, “non ne posso più di angherie, non ne posso più di sensi di colpa indotti, non ne posso più di pensare di essere sbagliato, o di fare le cose sbagliate, o di dire le cose sbagliate, o di credere nelle idee sbagliate. Non ne posso più. Non. Ne. Posso. Più. Basta. Sì, lo so, mi ripeto. Ma la sola cosa che ho in testa è questa. Basta. BASTA.” Il disappunto misto a rabbia sul suo viso si trasforma pian piano in consapevolezza, e all’improvviso scoppia in un pianto dirotto, colmo di tristezza e disperazione. “Ti prego. Non andare, ti prego”, bisbiglia. “Te l’ho già detto, non posso restare oltre. La misura è colma, anzi si è colmata da un pezzo, non posso pensare di rimanerti ancora accanto, neanche per un minuto di più”. Ti volti verso la porta di ingresso, e mentre allunghi la mano verso la maniglia, senti un tramestio dietro di te che si conclude con un rumore sordo e un dolore fortissimo alla testa. Mentre ti accasci, ti meravigli di essere ancora cosciente. Ti sembra di vivere in un film al rallentatore, il pavimento non arriva mai, il tuo cervello registra ogni minimo particolare di ciò che vedi: il divano, il tavolino accanto al divano, la lampada sul tavolino, il filo attaccato alla lampada, la spina nella presa, e da ultimo il parquet, con tutte le sue venature. Il tutto dura poche frazioni di secondo, ma questo brevissimo lasso di tempo è sufficiente a che la tua mente torni indietro nel tempo, fino alla vostra prima lite, che si è svolta esattamente come quella odierna, con la sola aggiunta di un piatto di portata, da lei preso in mano, sollevato sopra la testa, e scagliato violentemente a terra, dove si è frantumato in mille pezzi. A quel tempo eri evidentemente troppo accecato dall’amore per realizzare che il suo atteggiamento, sia in quella lite come in tutte le successive, è stato sempre e soltanto finalizzato a ribaltare le situazioni, a raccontare una verità leggermente differente dai fatti, con quel tanto di differenza sufficiente a far passare lei come una santa e te come un essere abbietto, con lei depositaria di tutte le ragioni e tu di tutti i torti. Il tutto condito con un atteggiamento aggressivo e prevaricante. Quello stesso atteggiamento che, reiterato nel tempo, ha colmato la misura e ti ha portato oggi, finalmente, a dire basta. Mentre cadi, il tuo corpo si volta verso l’alto, e una volta a terra ti ritrovi a guardare lei, che ti appare circondata da una specie di aura, di color rosso scuro. Sembra il demonio in persona, in mano ha il grosso portacenere di cristallo insanguinato. E con atteggiamento demoniaco si abbassa, sino a portare il suo viso a pochi centimetri dal tuo. Ti guarda diritto negli occhi e sibila: “O con me o con nessuno, mio caro. E ricorda: sei tu che hai scelto questo finale, non io. Io ho semplicemente reagito. Addio”. Vedi il suo viso allontanarsi, la vedi sollevare il portacenere sopra la sua testa. La tua ultima percezione è il rumore sordo del cristallo che si infrange sulla tua testa.

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Massimiliano Ferraris Di Celle

Nato a Roma il 9 febbraio 1959, laureato in ingegneria elettronica e ingegnere nell’animo, lavora nell’IT da quasi quarant’anni. Si è accostato alla scrittura per caso, iniziando a curare un blog. Successivamente ha frequentato corsi di scrittura creativa e ha conosciuto the Genius (Paolo Restuccia), prima che fosse creata l’omonima scuola di scrittura. Scrivere lo aiuta a combattere ma anche a conoscere meglio i mostri che ha dentro. Ha pubblicato una raccolta di racconti dal titolo “Niente è per caso” (Annales, 2014).

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