In macchina la musica dalla radio a tutto volume ha sviato i pensieri, ma
una volta parcheggiato, adesso che i passi risuonano netti tra i sanpietrini
del porticato in Viale Palmiro Togliatti, non posso più evitare di pensarci:
sto arrivando all’appuntamento.
Il ristorante dell’egiziano per cui hai fatto qualche pratica, come tu la
chiami, e che ora ti fa credito, ha pochi tavoli, sembrano sistemati a
casaccio, come in attesa di qualcuno che passi a caricarli.
Zio Felice mi ha detto che da circa un anno e mezzo, il Parkinson ti sta
facendo annegare nella depressione, e mi chiedo se ancora sei lucido, se
potremo sciogliere qualche grumo di passato che rende il presente tanto
opaco. Ti vedo. Il berretto da baseball rosso e blu, quello che porti anche se
è buio. Due anni che non ci vediamo: <Catherine non può, Catherine lavora,
Catherine si scusa molto.>
Ti sono davanti. Non ti alzi, non mi vieni incontro. Le tue mani stringono
forte i braccioli della sedia nera di plastica come fossi su un battello in
movimento, e infatti la sedia trema, ondeggia sotto quella stretta.
<Ciao papà>
Catherine, tua moglie, si alza, io guardo te, i tuoi occhi grigi sperduti in una
paura che arriva come petrolio al mare.
<Cristina. Meno male che non ti ho comprato vestiti da metterti, ero
rimasta con l’idea che eri ancora magra. Siediti. Accomodati. Vedi papà
come sta male?> La guardo senza rispondere, con una matassa di rabbia a
tapparmi la bocca.
<Ti stai curando papà? Sei controllato da un bravo medico? >
<Si sono stato..>Provi a dire
<Certo. Lo curo io papà. E’ lui, lui che non accetta le medicine. Non vuole
prenderle. La notte non dorme mai e io neppure, mi fa impazzire.>
Due bambini si alzano dal tavolo accanto spargendo nell’aria risate e
posate, mentre un piatto scivola a terra dalle mani di un cameriere
frettoloso.
<Papà, vorrei venire a trovarti, non mi hai mai dato il vostro ultimo
indirizzo.>
Avevo otto anni quando ho capito che le cose sarebbero andate storte con
questa nuova moglie, arrivata da Parigi con addosso pellicce vaporose e
profumi alla vaniglia.
<Non dire a Catherine che ti ho dato 50 mila lire per il compleanno, non
indossare l’anellino d’oro della comunione. Non dirle che sono venuto da
nonna a pranzo la settimana scorsa. Hai capito?>
<La casa è piccola sai> stai dicendo fissandoti i piedi
<Cristina, sei una bugiarda! Sai benissimo dove abitiamo. Tuo padre non fa
che aspettarti. È molto triste che non vieni mai> Dice lei, mentre si asciuga
una lacrima da occhi asciutti come ossa.
In questa notte di fine luglio, le poche macchine rimaste in città sfrecciano
rapide sul lungo viale, mentre l’umidità porta l’odore acre dell’asfalto
rovente come ricordi bruciati. Non dici niente, il punto in cui stringevi i
braccioli è adesso un alone allargato di sudore scuro, mentre le parole fanno
fatica a uscire di bocca, ammucchiate sulla lingua in attesa di srotolarsi in
sillabe. Voglio andarmene, ora invento qualcosa e scappo via.
Poi lo fai. Mi prendi una mano, la stringi forte, e allora ci guardiamo e
siamo noi, noi soli e questo tavolino di plastica traballante contro cui il tuo
corpo combatte. Non ci sono più Catherine, il cameriere egiziano che ti
chiama zio, il cappellino che scivola da un lato. Solo la tua mano che afferra
la mia su questa tovaglia di carta rossa e bianca.
<Lo porto un vinello bianco?> Chiede il cameriere. Ti agiti subito <no no
niente vino>
Lei si inasprisce <Perché? Perché niente vino, Paolo?>
I pomeriggi in cui andavi a ripescarla ubriaca nei bar vicino al tuo studio
devono ancora bruciarti tra i ricordi sfocati.
<Mi ammazzo Paolo, tu non mi ami abbastanza, e io mi ammazzo> urlava
lei in mezzo alla strada mentre tu, cercavi di prenderle un braccio e portarla
via. <E’ come un bambino tuo padre> sta dicendo intanto lei, mentre ti
taglia gli spaghetti. Mi ricorda la suora dell’asilo. Attenta, con la bocca a
pizzo, che mi scansa le mani con il gomito.
Ti blocchi: <Basta, faccio da solo> dici spingendole via la mano.
Mi guardi, e mi ritrovo in quella notte in cui dicesti “Perdonami”,
credendo che dormissi, prima di sparire per anni. Sono in quel letto, a
fingere di dormire, ho di nuovo sette anni e la paura di quel verbo a cui
non so dare un significato.
La tua voce incerta mi riporta al presente: “CriCri”
Allora capisco che anche tu sei tornato nella stanza dell’addio, e in quel
silenzio danzano tutte le parole taciute.



