Al terzo piano del palazzo in mattoni, che ricordava più una caserma, il sole filtrava a forza da uno spiraglio delle tende e si stagliava nella penombra della sala da pranzo come una lama di luce che infilzava il tavolo al centro.
Era in legno spesso, antico, ma ben tenuto, probabilmente più vecchio della casa stessa.
Non c’erano molti mobili a parte il divano letto, la credenza anch’essa in legno, una piccola riproduzione in marmo della Pietà e Il frigo, che era piccolo e semi vuoto a parte qualche lattina di birra scadente, una
mezza scatola di fagioli lasciati a imputridire e qualche yogurt del mese prima.
C’era ancora qualche scatolone da aprire dopo il trasloco, ma nessun quadro e c’era la moquette da risistemare.
Erika e Mario erano seduti l’uno di fronte all’altra.
-Prendile, amore.-
La ragazza con i capelli castani raccolti da un fiocco nero fece scorrere il mezzo blister sul tavolo, verso il ragazzo magro con le occhiaie e il viso scavato.
-Io non…-
-È roba di un attimo, cucciolo.-
Tutte insieme, che ci vuole?!
-Ci stavo ripensando… Non sono sicuro, Forse… Forse c’è un altro modo- si grattava il collo.
-Ne abbiamo già parlato, abbiamo deciso per oggi.-
-No, intendevo che forse non devo più farlo.-
-Cioè? Me l’avevi promesso.-
-Forse… Non voglio più.-
-Lo sai quello che vuoi. Te l’ho spiegato, non cacarti sotto- prese dal pacchetto una sigaretta sottile e l’accese guardandolo negli occhi, il ragazzo abbassò lo sguardo, le mani sotto il tavolo.
-Nino mi ha detto che potrei fare due mesi da lui come apprendista e poi…-
-E poi che? Quello è un altro fallito.-
Lo interruppe subito lei.
-Pensi che risolvi qualcosa, amore? Sbagli. Questo è giusto.- disse picchiettando il blister.
-Ne ho parlato anche con mia zia.-
La ragazza sgranò gli occhi.
-Come? Per messaggio? L’hai chiamata? Fammi vedere il cellulare.-
Il ragazzo abbozzò un rifiuto, ma poi glielo porse.
-Sì… Ci ho parlato, ma anche qualche messaggio, comunque tranquilla, non di questo, intendevo del lavoro.- si giustificò lui, lei iniziò a scorrere le chat.
-Tesoro è tutto inutile, lo studio, il lavoro. Quante volte me l’hai detto, è inutile rispetto all’amore. E tu mi ami, no?- cercò le mani di lui che aveva sotto il tavolo e che però mantenne giù.
-Sì… Sì, certo che ti amo.-
-Così non me lo dimostri però. Fallo, per me. Io ti ricorderò per sempre, scriverò di te, la raccolta fondi partirà presto, andrò anche a parlare per il torneo di calcio tra qualche giorno visto che ti piaceva tanto. Ma prima di tutto la fiaccolata, dove invitiamo tutti, sì, ti piacerà. Sono sicura, la gente tutta per noi, per
salutarti e tu, il completo nuovo, già lo immagino, bellissimo…
Quello nero che abbiamo preso. Piccolo non devi preoccuparti più.-
Cercò ancora le mani del ragazzo che stavolta seppur lentamente accolse le dita di lei.
-Ma… Mia sorella, mio padre… Come faccio? Che penseranno?-
-Tuo padre ne sarebbe fiero, per una volta che affronti una cosa con coraggio.-
Mario non rispose, continuava a tenere basso lo sguardo.
-Non devi preoccuparti per tua sorella poi, la porterò io a danza, al coro, a nuoto. L’aiuterò anche con i compiti-
-Te ne prenderai cura?- disse con un filo di voce, si grattava di nuovo.
-Ovviamente. Non avere dubbi, devi pensare solo ad aspettarla quando sarà.
E forse la abbraccerai presto.- lei aumentò la stretta che lui ricambiò.
-Io ho paura-
-È normale, amore mio. Morire fa paura, ma è meglio di questo, no? Come ti sei sentito finora? Coraggio!
Io non ti dimenticherò mai e questo, scusa, ma dovrebbe bastare a tranquillizzarti.- gli diede un bacio a stampo.
-E tu…- cominciò lui debolmente.
-Tu mi ami?-
-Tesoro.- sorrise quasi incredula.
-Te le ho procurate io queste- tolse una mano dalla stretta e agitò appena il blister in aria, quindi glielo indirizzò nella mano premendo le piccole capsule liberando le pillole bianche sul suo palmo destro.
-Stai tranquillo. Sono sette. Non una di meno. Ti addormenterai subito.-
Vibrò il cellulare, lei si era premunita bene di mettere il silenzioso dopo che non gliel’aveva più restituito. Vibrava, ma il ragazzo non se ne accorse.
Lei gli strinse la mano sinistra, mentre lui osservava le pillole nell’altra e gli disse con un sospiro, dolce
-Dai. Ammazzati, cucciolo.-
La chiave scattò nella serratura rapidamente liberando le tre mandate del chiavistello.
Un uomo corpulento con la tuta da giardiniere irruppe nella sala da pranzo e dopo essersi guardato intorno, vide la ragazza ma non se ne curò e si gettò subito su Mario che, scivolato dalla sedia, era a terra
con la bocca socchiusa e la schiuma che colava sulla moquette.
-No, no, che cazzo Ma’- l’’uomo poggiò l’orecchio sul petto del figlio.
-L’ho trovato così, io… Stavo di là, lui… L’ho trovato così, non…
Oddio che facciamo?- Erika sembrava scossa.
-È vivo. Il battito non si sente quasi. Ma è vivo- si tastò nel gilet di lavoro e nelle tasche.
-Cazzo, ho lasciato il telefono in macchina, chiama qualcuno.-
-E chi?-
-L’ambulanza! Chi cazzo vuoi chiamare?!-
-Non è troppo tardi?-
-Chiama e basta.-
La ragazza s’irrigidì appena, guardò quell’uomo curvo, agitato.
Aveva il collo arrossato con la pelle visibilmente ruvida, la maglia sporca di terra e i pantaloni incrostati di fango, “Deve essersi precipitato qui dal vivaio” pensò.
-Ok ok, provo-
Sì spostò nella cucina adiacente, facendo sparire il mezzo blister vuoto che era rimasto lì.
Entrò in cucina e prese il cellulare, ma non il suo, quello di Mario; e non per chiamare i soccorsi, per lanciarlo nel canaletto di fronte.
Troppi messaggi sull’argomento, ne avevano parlato per mesi via whatsapp e con le chiamate. “Non capiranno, fraintendono sicuramente”. Accese un’altra sigaretta, non le andava, ma era per far
passare qualche minuto.
Tornò in sala.
-Che ti hanno detto?-
-Arriveranno tra 5 minuti, sig. Pietro- mentì lei, si erano visti solo un paio di volte e tra loro non c’era molta confidenza.
-Cazzo. Hanno detto di dargli qualcosa?-
-No. Solo di aspettare.- lei sembrava calma, l’uomo invece si asciugò la fronte e si strofinò gli occhi, poi si inginocchiò vicino al figlio.
Gli ripulì la bava con la mano e improvvisò una manovra cardiaca, senza risultati.
Lei lo osservò di nuovo, era disperato, madido di sudore.
-Perché non ci sono ancora? Quanto è passato? Cristo, sta morendo, fammi chiamare.- sbraitò.
-Stanno arrivando, me l’hanno detto prima. Vuole un caffè intanto?-
-Ma che cazzo dici? Fammi richiamare.- l’uomo insisteva.
-Perché?- ribattè.
Lei aveva faticato tanto per avere quelle pillole di Ossicodone, gli erano costate una settimana di lavoro, le aveva dovute cercare e ordinare sul dark web e aveva dovuto spendere un plus per averle in quella data specifica, che era speciale, quattro anni prima suo fratello si era buttato dal ponte ed era finito su tutti i giornali.
Quanto l’avevano coccolata in quei giorni: parenti, amici, amici dei parenti.
Tutti volevano stare con lei e consolarla, con un abbraccio, un pensiero, una chiamata. Poi col tempo si era tutto affievolito, ma dì lì a poco sarebbe successo di nuovo e la cosa la esaltava. Non vedeva
l’ora.
C’erano voluti mesi, ma c’era quasi.
Tutti l’avrebbero di nuovo riempita di attenzioni, di affetto. Tutti per la piccola vedova che omaggia il fidanzatino e quell’uomo chiedeva anche il perché? Assurdo, pensava.
-Dobbiamo aspettare.-
Continuò Erika.
-Che cazzo dici, sta morendo, fammeli chiamare.-
-Non manca molto. Poi non vedi come è bello?-
L’uomo tirò indietro la testa, sbalordito.
-Che hai detto?!- cominciava solo ora a realizzare.
-Perché era chiuso a chiave?-
Lei non rispose.
-Sei stata tu, sei…-
L’uomo si alzò in piedi tendendo una mano verso di lei come per afferrarla e ruggì.
-Sei stata tu, infame! Dammi il tuo telefono-
-No. Lei non ci capisce, non può capire. Io l’ho liberato, l’ho aiutato. Perché io lo amo.-
-Dammi il telefono, stronza.-
Non le diede il tempo di rispondere.
Le si scagliò contro, ma lei girò intorno al tavolo evitandolo. Nel rincorrerla, l’uomo inciampò sul braccio di Mario e finì per sbattere la fronte sulla Pietà.



