All’inizio è stato solo un lontano frusciare di foglie e un calpestio di arbusti.
Mi sono fermato e sono rimasto in ascolto, nascosto tra i cespugli come un felino in allarme, pronto a scattare sulla preda.
Tornato il silenzio ho ripreso la mia corsa circolare nel parco, per scaricare quella tensione quotidiana che avverto lungo lo scheletro, dentro la mia pancia, dentro la mia testa. Corro per sfinirmi, per sedare la mia fame animale.
Di nuovo frusciare, ancora calpestio. Un’improvvisa forma femminea passa veloce, leggera, con l’andatura zigzagante per evitare le radici, i sassi.
Il suo odore è rimasto nell’aria per alcuni secondi. Non è di terra bagnata, di foglie marce, di pino, di tiglio, di rovi. No. Né pungente, né dolce, né troppo fruttato. Sa di fiori e di erba bagnati di rugiada.
Confondendosi tra gli intrichi dei rami, è sparita tra le foglie.
Gambe di gazzella, così l’ho chiamata, in quel suo correre che sembra un fuggire.
Mi acquatto, sospendo il respiro, aspetto di sentire ancora i rumori che preannunciano il suo nuovo apparire e scomparire veloce nel percorso fitness.
L’ho studiata nell’attimo in cui l’ho rivista passare.
Flessuosa nel corpo, lombi sodi, i capelli raccolti in una piccola coda che non asseconda il movimento leggero, scattante, delle sue gambe di gazzella.
La seguo da lontano, perché il mio passo più pesante non la spaventi.
Si volta indietro per un momento, incerta, esitante e poi riprende la sua corsa.
Deve essersi distratta perché inciampa. Cadendo urla.
Dimentico le mie cautele, raccolgo il cellulare che le è scivolato tra le foglie e mi avvicino.
È seduta a terra. Si massaggia la caviglia.
“Si è fatta male?”
“Non ho visto la buca, accidenti.”
Una smorfia di dolore sul suo viso.
Mi chiedo se sia quella ad accendere i suoi occhi. Verdi, screziati di marrone e giallo. Si intonano con le foglie del parco.
“Posso vedere?”
Esita.
“Stia tranquilla, sono un medico.”
Lentamente allenta le mani scoprendo la caviglia.
Muovo il piede, non sembra nulla di grave.
“Si gonfierà un po’, questo è sicuro. Metta del ghiaccio a casa, lo tenga in scarico e prenda un antidolorifico. Per la radiografia c’è tempo.”
Il tono è sicuro, ma il mio cuore batte impazzito.
“Grazie. Non ci voleva. Devo partire domani.”
Inghiottisco il nulla che dovrebbe essere per me questa comunicazione. Mi si ferma in gola. È una freccia che mi ha colpito, ma non ucciso. Mi lacera la carne. Vorrei romperle io le ossa per trattenerla.
“Ma poi torna?”
Domande di un idiota curioso, penserà, senza sapere dell’ansia che accompagna l’attesa della sua risposta.
“Sì, certo, è solo un weekend di riposo.”
Il tono neutro è quello di una risposta automatica. Deve essersi pentita di quelle parole, perché poi restiamo in silenzio, con l’imbarazzo che tiene insieme i nostri sguardi.
Tenta di alzarsi.
“Lasci che l’aiuti.”
Un’offerta fatta con cortesia che cela un imperativo.
Mi porge la mano. La prendo per le braccia. Nella presa sfioro i suoi seni, indugiando in un gesto che è più di una carezza. Scatena in me un brivido di piacere.
La sollevo. Lei si irrigidisce e si allontana.
Fingo allora di perdere l’equilibrio, la afferro e mi accosto al suo corpo fino a che non c’è più spazio tra noi. Annuso l’incavo del suo collo.
Il suo respiro è rapido come il mio. Ma il suo è di ansia, o forse di paura. Il mio, di desiderio covato e di voglia riaccesa.
Mi respinge con un gesto brusco e allunga la sua gamba di gazzella contro le mie.
La voce mi trema.
“Mi dispiace.”
“Non importa. Ora posso fare da sola.”
Si gira, prova a camminare. Si ferma imprecando.
“Se vuole la accompagno.”
Fa finta di non sentire.
“Arrivederci”, le dico.
“Arrivederci”, mi dice.
Il suo cellulare è rimasto nella mia tasca.
La seguo, nascosto tra i rovi. Ascolto il frusciare delle foglie e il calpestio degli arbusti. Si aggrappa ai tronchi, saltella, poi si siede. Le sue gambe di gazzella sono appendici inutili.
Mi basterebbe un balzo per raggiungerla, invece mi muovo cauto. Voglio che senta il dolore risalirle dalla caviglia lungo le ossa, trapassarle la pancia e arrivarle alla testa.
Come il dolore che sto provando io.
Stringo le mani sulle tempie. Dovrei fermarmi, lo so, per aspettare che mi passi la fame. Ma la mia volontà è niente davanti all’imperio del mio desiderio.
Un grido ancora.
Mi muovo felino, non faccio rumore.
Sbuco da dietro un cespuglio e lei fa un salto.
“Mi ha spaventata. Ho perso il mio cellulare, quando sono inciampata. Per caso l’ha trovato?”
Io la guardo e sorrido.
Tiro fuori dalla tasca il suo telefono. Mentre allunga il suo braccio per prenderlo, lo lancio lontano.
“Stronzo, che fa?”
Ignoro la sua offesa. Seguo con lo sguardo i contorni del suo corpo, delle sue gambe.
“Sei bella, sei la mia gazzella.”
Mi avvicino, lei si ritrae spaventata, ma io mi avvicino di più. La blocco tra le mie braccia, mentre tenta di sfuggirmi.
Si divincola, inarca la schiena, scalcia.
La sbatto a terra. Stendo il mio corpo sul suo, soffocando le sue urla e togliendole il fiato col mio peso. Le sue gambe di gazzella si muovono scoordinate.
La mordo sul collo. Lei si ferma. Spalanca gli occhi. Le pupille dilatate rendono l’iride una sottile corona. La paura ha reso acri il suo fiato e il suo odore.
Io ansimo, l’eccitazione sta salendo. Stringo i suoi polsi nelle mie mani. Sento un crack, ma forse è solo un’impressione, forse è solo un ramoscello che si è spezzato sotto il peso dei nostri corpi.
Piange. Lecco le sue lacrime e il suo sangue che stilla dai graffi e dal morso.
Continuo a leccare, a leccarla, anche quando lei non si divincola più.
La scuoto per le spalle, non risponde. Le sollevo le sue gambe di gazzella che mi hanno fatto andare fuori di testa.
La caviglia è gonfia, la stringo con forza. Provo a risvegliarla col dolore.
Apre gli occhi. Grida con tutto il fiato che è riuscita a recuperare.
Il mio desiderio monta assoluto. Il momento è perfetto.
Una gazzella zoppa non ha chance. Il suo destino è scritto.
Lancio un urlo e affondo i miei denti vicino al giugulo.



