Parliamo della raccolta di racconti “Violenze sugli animali” con Alessio Cappelli

"Secondo me, se uno guardasse i miei personaggi nella vita quotidiana, penserebbe, beh, questi non hanno storia, che racconto se ne può ricavare? Mentre vanno al supermercato, mentre lavorano in banca o si affannano a trovare un lavoro, vanno in vacanza, citofonano alla ex moglie per far scendere la figlia. Ma..."

Conosco Alessio Cappelli da diversi anni e posso dire in tutta sincerità che l’ho sempre considerato uno scrittore sorprendente, colto, in grado di mescolare un realismo stralunato con incursioni nel fantastico e nell’onirico. Mi ricordo ancora, diversi anni fa, un suo fulminante, breve racconto, Edward di Twilight, in cui un’adolescente della periferia romana evocava il vampiro della sua saga cinematografica preferita, con risultati tragicamente umoristici. Credo che se fosse nato in un’altra cultura editoriale il suo lavoro sarebbe stato ben più apprezzato di quanto non sia qui da noi, ma tant’è, a ogni autore tocca la sua fortuna e a Cappelli tocca la pubblicazione di un nuovo libro: Violenze sugli animali. Si tratta di una raccolta di racconti, che segue quelli della raccolta In Birmania e il romanzo Abrivado. Chi avrà la fortuna di leggerli scoprirà un autore a suo modo impegnato, capace di indagare le relazioni con uno sguardo impietoso ma mai spietato, anzi con una buona dose di comprensione per le debolezze umane, che narra anche la cronaca di una generazione, la sua. Mi piace parlarne con lui.

 

Il titolo del tuo romanzo fa pensare a un’inchiesta animalista, invece sono racconti molto “umani”, perché l’hai scelto?

In effetti, anche se in tutti i racconti sono presenti animali, e a volte giocano un ruolo fondamentale, quasi mai sono loro l’oggetto della violenza, che invece, per lo più nelle forme sottili dei rapporti di potere, si esercita invece tra i miei personaggi, umani e animaleschi al tempo stesso. Come al solito, sono i desideri e le passioni che mi interessano e che muovono drammaturgia e personaggi. Comunque, potrei anche aggiungere una battuta: avevo un disegno bellissimo fatto da mia nipote Anita, e l’unico modo che ho trovato per metterlo in copertina del libro è stato escogitare questo titolo!

 

Gli animali sono proiettati su di noi? Oppure noi siamo loro proiezioni?

Una volta ho ascoltato una intervista a Walter Siti che citava continuamente “desideri e passioni” come oggetto della sua narrativa, e mi sono ritrovato a pensare, beh, proprio come me: è un pensiero banale, ma in fondo se ci pensiamo, quel che muove noi umani, proprio come gli animali, sono quattro o cinque desideri in tutto. Il resto, come si diceva una volta, è sovrastruttura.

 

All’inizio di tutto poni quella che sembrerebbe una poesia Scoiattolo, che contiene diverse frasi coinvolgenti, per esempio: “Sono nuovo qui e non conosco la disciplina del bosco” e poi “Non siamo più creature adatte per la pietà”, da sole basterebbero per più di un’intervista. La forma poetica t’interessa?

Purtroppo non ho letto molta poesia e non ho praticato assiduamente questa forma per lungo tempo, se non perché mi sono ritrovato a scrivere canzoni, con l’inevitabile interesse per la metrica che ciò comporta. Se poi consideriamo che nel racconto, così come nel testo poetico, ogni parola non può essere trasandata ma deve “rilucere”, allora certo che la forma poetica mi interessa.

 

Mi ricordo che eri un appassionato lettore di Malcolm Lowry, giravi con una copia strausata di Sotto il vulcano, c’è finito qualcosa del suo stile nei tuoi racconti? Mi pare che in Delfinario ci possiamo scoprire qualche relazione, o no?

In Delfinario la relazione è evidente sia come tematica sia soprattutto per l’aspetto allucinato che ho cercato di dare al flusso di pensiero del mio protagonista. Per il resto, Lowry per me rappresenta una specie di voce che mi parla mentre scrivo; per esempio dei suoi racconti (cito la raccolta Ascoltaci Signore) non saprei ricordare la trama, ma è come se ne avessi assorbito l’atmosfera, mi verrebbe da dire il sapore; e quello, nel rileggere le bozze, mi è sembrato di sentirlo anche nei miei racconti.

 

E c’è qualche autore che si è infilato nella tua immaginazione mentre li scrivevi?

Certo, ne cito “timidamente” alcuni. Primo tra tutti John Cheever, tantissimo. Poi Lucia Berlin, poi Faulkner più che altro perché un suo racconto rappresenta una ispirazione diretta per il mio CIG. Ma anche Tondelli e Celati per i racconti di ambientazione “padana”. Carver invece non lo posso citare e in proposito ho un aneddoto. Parlavamo del libro “in fieri” con una amica, e io ho detto, “beh, alla fin fine i racconti sono realistici”; lei mi ha guardato strana: “Alè, certo, c’è un cane che parla, un delfino che diventa uomo, una iena che nuota a piazza quadrata, certo, tutto realistico eh!?”

 

Il primo dei racconti ricorda, tra le altre cose, i fatti di Genova, cioè gli scontri e le manifestazioni politiche avvenute durante il G8 di Genova nel luglio del 2001, la voce narrante parla di “Movimento”, che rapporto hai con quell’evento terribile e con la politica?

Ho un passato (e un presente anche se coi “capelli bianchi”) di militanza, e ho partecipato tra le altre alle manifestazioni di Genova 2001. Ho cercato di esaminare il modo in cui quell’evento ha influenzato la mia generazione nel romanzo Abrivado. Da un punto di vista letterario, come si vede per esempio nel racconto da te citato, sono molto interessato alla fase del “riflusso” dopo la sconfitta in quella che insisto a chiamare la “battaglia di Genova” e che ha condotto alla sostanziale dispersione del Movimento, mentre intanto i temi, e si vede, continuavano a rimanere sul tavolo.

 

I tuoi racconti sono belli – alcune pagine le conoscevo già – con immagini molto forti, per esempio la conclusione di CIG lascia senza parole, sicuramente non sono consolatori, che ti aspetti dal lettore?

Beh devo dire che rispetto al passato, forse per effetto dell’età, di una modificata visione complessiva della vita, qualche elemento consolatorio mi sembra affiorare in questi racconti, moooolto tra le righe: per esempio il finale del racconto The shelf, l’approccio del figlio nel racconto Yamaha e altri, come se ci fossero momenti di tregua in mezzo a queste “violenze sugli animali”. Tra l’altro mi è capitato, ma lo ammetto, solo una volta, mi è capitato un lettore che ha detto di aver provato sollievo leggendo uno dei racconti!

 

Un’ambientazione forte è quella della metropoli, della periferia romana, che ogni tanto si rivela esplicitamente, quali ambientazioni preferisci?

In passato, anche a causa di influenze letterarie come Conrad o Graham Greene, ho fatto spesso ricorso ad ambientazioni esotiche – il mio primo libro non a caso si intitolava In Birmania, i cui racconti si svolgevano nel sudest asiatico. In questo lavoro torna Roma anche se non in modo esclusivo, mia onnipresente città, specie la periferia, specie il mio quartiere (e non scomodiamo Pasolini). Anche qui un aneddoto: una lettrice mi ha detto che “per leggere i miei racconti ci vuole lo stradario di Roma” e che “adesso non può più passare per piazza Buenos Aires senza guardarsi intorno per vedere se arriva a nuoto qualche iena”.

 

E che tipo di gente racconti?

Secondo me, se uno guardasse i miei personaggi nella vita quotidiana, penserebbe, beh, questi non hanno storia, che racconto se ne può ricavare? mentre vanno al supermercato, mentre lavorano in banca o si affannano a trovare un lavoro, vanno in vacanza, citofonano alla ex moglie per far scendere la figlia. Ma…

 

Stai scrivendo altro, sempre racconti o un altro romanzo?

Vorrei dedicarmi alla scrittura autobiografica, magari frequentando uno dei corsi appositi di Genius. I due progetti che ho in mente si intitolano Grigio (non solo il colore dei capelli, ma anche la sparizione delle distinzioni nette che comporta il passare degli anni) e Grado (non solo la cittadina friulana, ma anche una specie di livello nuovo di consapevolezza). Magari potrei unire i progetti, e fare una crasi dei titoli, così uscirebbe fuori “Grido”!

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Paolo Restuccia

Scrittore e regista. Cura la regia della trasmissione Il Ruggito del Coniglio su Rai Radio2. Ha pubblicato i romanzi La strategia del tango (Gaffi), Io sono Kurt (Fazi), Il colore del tuo sangue (Arkadia) e Il sorriso di chi ha vinto (Arkadia). Ha insegnato nel corso di Scrittura Generale dell’università La Sapienza Università di Roma e insegna Scrittura e Radio all’Università Pontificia Salesiana. È stato co-fondatore e direttore della rivista Omero. Ha tradotto i manuali Story e Dialoghi di Robert McKee e Guida di Snoopy alla vita dello scrittore di C. Barnaby, M. Schulz.

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