Abbiamo più volte consigliato di asciugare la lingua, se non avete validissimi motivi stilistici/poetici per non farlo, se non siete ridondanti/barocchi per vocazione. Se per arrivare a un certo punto sono necessarie, poniamo, dalle 15 alle 20 parole, non ne usate neppure una in più. Il lettore non è un gonzo: se voi gli allungate il brodo per far brillare la vostra capacità retorica o la vostra erudizione o altro lo capisce. Usate una prosa semplice, concreta, funzionale alla narrazione, specialmente se state ancora cercando una vostra voce, evitare le frasi a effetto, non cercate di sedurre il lettore con immagini e parole che non rientrano nel vostro bagaglio linguistico abituale. Evitate di abusare delle metafore e delle similitudini se vi accorgete che sono banali (il tempo è tiranno, la speranza è l’ultima a morire ecc.) e appesantiscono inutilmente il nostro racconto. Ma se proprio decidete di usarle, evitate come la peste le metafore imprecise, che possono diventare involontariamente comiche: per esempio in banca c’era un collega che diceva continuamente, e scriveva, “a lunghe linee” (invece che “a grandi linee”).

Dentro la lampada
Parliamo del romanzo “Il privilegio del diavolo” con Massimo Mazzoni
“In un giallo il lettore cerca di scoprire una verità, di ricostruire un fatto misterioso, di indovinare l’assassino, insomma vuole sentirsi investigatore ed è giusto così. Io ho voluto raccontare quello che non fa notizia: le attese, gli errori, gli scontri, le paure, le rabbie”.


