Massimo, cinquantenne romano reduce da un divorzio cruento, arrivò al Tempio del Silenzio Ululante, nascosto tra le montagne come un debito dimenticato, dopo tre giorni di viaggio, due ginocchia gonfie e una scimmia che gli aveva fregato lo zaino.
Era l’ultimo tentativo per cercare la pace, o perlomeno per non pensare alla sua ex che stava facendo yoga con uno svedese di nome Sven.
Massimo, sudato e con delle scarpe ormai rancide, attraversò il giardino zen, abitato da rane che gracidavano a tutto volume e giunse alla sala della meditazione, un trionfo di incenso e stomaci che brontolavano come autobus in seconda.
Il maestro Kenpo, sordo come una campana e cieco quanto basta per non salutarti mai nella direzione giusta, lo accolse: “Odori di piedi sudati e hai il portamento di una sconfitta. Bene. La saggezza comincia da qui”.
Il giorno dopo, Kenpo lo condusse davanti a un pozzo e gli porse un secchio bucato.
“Riempi il secchio e portalo in cima della collina.”
“Ma maestro, è bucato!”
“La tua mente è come questo secchio. Più cerchi di riempirla, più si svuota. Vai.”
Dopo due ore, sfinito e bagnato come un cane randagio, Massimo collassò.
“Non si può fare, maestro!”
“Bravo” annuì Kenpo “Hai imparato che alcuni sforzi sono inutili. E che quel secchio fa schifo.”
Massimo, che in vita sua aveva riempito solo bicchieri di cocacola, iniziò a cedere. Non capiva una mazza, ma respirava con meno affanno e pensava raramente alla sua ex.
Il giorno successivo, Kenpo gli assegnò la “Prova della Fame Illuminata”: 127 chicchi di riso al giorno, da contare uno per uno mentre cantava “Tanti Auguri”. Il quarto giorno, mentre intonava “Chicco ottantatré, Happy Birthday tu iuuuu”, ebbe una crisi e confessò ai chicchi i suoi fallimenti.
Ma alla fine si sentì più leggero. “Maestro, ho finito” disse. “Ora sai che la disciplina può essere ridicola, ma funziona” rispose Kenpo “Comunque stasera si mangia riso.”
Le lezioni di Kenpo includevano passeggiate sotto la pioggia senza ombrello, e lunghi silenzi durante i quali Massimo rifletteva su cosa cazzo ci facesse lì. Ma la leggerezza cominciava a farsi strada, come una battuta che ti sfugge, ma poi ti fa ridere a scoppio ritardato.
“Maestro, perché meditare davanti a delle rane?” osò chiedere. “Perché le rane non giudicano. Ma se la guardi male, ti pisciano addosso. E questa è compassione. Disarmata.”
L’ultima prova fu costruire una capanna per contenere un elefante usando solo bastoncini da gelato e colla vinilica. Kenpo gli fornì una scatola di cremini e un tubetto di colla scaduta. “Ma maestro, è
impossibile!”
“La tua è solo un’opinione” replicò Kenpo.
Trascorse giorni incollando bastoncini, ma smise di arrabbiarsi e iniziò a ridere delle sue costruzioni traballanti. Alla fine partorì una struttura di trenta centimetri: “Maestro, è piccola, ma ci sta un elefante se è molto piccolo.” Kenpo annuì, soddisfatto.
Seguirono lezioni di arti marziali, durante le quali Kenpo cercò di colpire Massimo.
“Non sei male, figliolo. Hai schivato bene il mio bastone.”
“Sì Maestro, ma non ero io. Era il cuoco che passava.”
“Anche il cuoco può essere un nemico. Soprattutto se ti serve tofu.”
“Quanta saggezza, maestro” disse Massimo frugandosi le narici.
“Ricorda, giovane germoglio, la virtù non è un fiore gentile e non è mai comoda. Si presenta vestita male, col muso lungo e le scarpe rotte. Tu scegli ogni giorno tra virtù e vigliaccheria.”
“E se sbaglio?”
“Cavoli tuoi. Sono ottimi marinati, peraltro. Coltiva la consapevolezza! La vera saggezza è capire quando è ora di andare via.”
Massimo capì e rise. Una risata improvvisa, che risalì come un rutto dopo una cocacola.
Il giorno dopo lasciò il tempio sapendo che la virtù, a volte, si cela nei gesti imperfetti e che la spiritualità ha bisogno di ironia per non diventare insopportabile. Squillò il telefono. Era la sua ex.
Massimo guardò lo schermo un paio di secondi e poi lo lasciò sperando che una scimmia se ne occupasse.



