È stato recentemente pubblicato per la prima volta in Italia il dramma Geremia di Stefan Zweig (Editoria & Spettacolo 2025), tradotto da Diana Battisti, germanista e attenta cultrice dell’opera dello scrittore austriaco, del quale ha tradotto il carteggio con Benno Geiger e i drammi La casa sul mare e Tersite. La tempistica di uscita dell’opera sembra particolarmente appropriata, considerati i venti di guerra che agitano il mondo come ai tempi in cui fu per la prima volta rappresentato il dramma allo Stadttheater di Zurigo il 27 febbraio del 1918. A quel tempo la Prima Guerra Mondiale stava finendo e le sue tragiche conseguenze erano sotto gli occhi di tutti; ora le guerre, non meno drammatiche, sono allo stadio di focolai isolati, ma pronte a deflagrare in un conflitto più esteso e le loro conseguenze non sono ancora così evidenti e prevedibili come lo erano per Geremia, protagonista del dramma di Zweig, alla vigilia della distruzione babilonese di Gerusalemme nel 586 a.C. Il profeta, condannato ad assistere in sogno con spietata chiarezza alla sciagura incombente e a vedere vanificati i suoi tentativi di mettere in guardia la popolazione, i sommi sacerdoti e il Re dalle tragiche conseguenze della loro entusiastica volontà di guerra, appare agli occhi di tutti come un visionario, un menagramo, un disfattista, un traditore della patria e viene sbeffeggiato, disprezzato, emarginato. L’unico a credere in lui e a considerarlo come un vero profeta e maestro è un giovinetto, Baruch, che si converte presto alla pace dopo un’iniziale euforia bellicista e che si mette totalmente al suo servizio come un fedele discepolo. Il rapporto di Geremia con Baruch ricorda molto quello di Gesù con i suoi discepoli: come Lui è destinato a dire sempre e comunque la verità anche a costo di subire indicibili sofferenze e di sacrificare la propria vita. Il suo messaggio di pace e fratellanza è troppo importante perché non debba essere trasmesso a chi gli è devoto e all’umanità intera. È questa missione divina accettata con spirito di sacrificio e devozione a trasformarlo dalla figura del vinto, figura tanto cara a Zweig e spesso rappresentata nelle sue biografie, a quella del vincitore, un vincitore paradossale che proprio attraverso la sconfitta, la sofferenza, l’umiliazione e l’emarginazione, accettate con dignità, si eleva moralmente fino a guadagnarsi la stima non solo del suo popolo ma anche di quello babilonese. Ma questo riscatto non avviene grazie all’intervento di un deus ex machina come succede nelle tragedie greche ma dopo un profondo travaglio interiore che rende il personaggio straordinariamente moderno. E moderno o, meglio, sempre attuale è anche il tema del pacifismo che non è un generico e scontato ripudio della guerra e dei suoi orrori ma una precisa scelta etica che mette al primo posto la vita umana, anche quella di un solo essere, davanti a tutte le logiche della guerra e in particolare a quella della “guerra santa” in cui un Dio, punitivo e vendicatore come quello dell’Antico Testamento, viene evocato a giustificazione della lotta di un popolo contro un altro e, nel caso specifico, di un popolo che si autodefinisce “eletto”. È questa la giustificazione che nel dramma di Zweig adducono il profeta Anania e il Sommo Sacerdote per confutare le argomentazioni umanitarie e pacifiste di Geremia e per screditarlo come traditore e miscredente. Quest’ultimo, non solo si dimostra più profondamente religioso di loro in un’accezione che, come dicevo prima, si può definire cristiana, ma anche più lungimirante perché ridimensiona e reinterpreta il sionismo, intendendolo più come un anelito a una patria dell’anima che come il ritorno a una terra promessa. Per Zweig l’idea di erranza è intimamente connessa con quella di cosmopolitismo e il viaggio del popolo ebraico alla volta di Babilonia sotto la guida di Geremia, viaggio con cui si conclude l’opera, non viene presentato come un supplizio ma come “una marcia regale”.
Il profondo umanesimo e il convinto antinazionalismo di Stefan Zweig, che alla fine della Prima Guerra Mondiale si batte, purtroppo inutilmente, perché una tragedia di quelle proporzioni non si ripeta, si esprimono bene nelle parole del popolo in cammino verso Babilonia:
“Strade estranee percorreremo,
di paese in paese ci sospingerà il vento,
patria dopo patria quei popoli ci strapperanno
via dalle suole brucianti;
nessun luogo è radice per la stirpe che cade,
peregrinazione perenne il nostro mobile mondo,
ma fortunati, fortunati noi vinti del mondo,
ché anche se siamo solo scarti di strada,
senza parenti né amici,
eterno traversa le ere il nostro corteo
fino alla Gerusalemme delle nostre anime!”



