“Il ristorante” di Sarah Gilmartin – traduzione di Valeria Raimondi (Marsilio)

Questo romanzo fa riflettere sul fatto che ogni predatore può essere un padre amorevole o un devoto cattolico, o un uomo che non capisce cosa significhino i confini, ma noi non possiamo assolverlo.

Uno chef stellato, una vita frenetica, un ristorante di cui è diventato proprietario, uno dei più quotati e alla moda di Dublino. E poi un’accusa di stupro. Una catastrofe. Il ristorante viene disertato al punto da chiudere, il processo incombe, le vecchie ferite si riaprono. La denuncia è un post su fb della direttrice di sala, che trova il coraggio e butta fuori così di colpo, un bolo intestinale rabbioso e lucido che non ce la faceva più a tenersi dentro. Questo rievoca in Hannah, una delle tre voci narranti del romanzo, ricordi che sta cercando ancora di superare, dopo anni.

Chi è l’accusato, lo chef Daniel Costello? Un ammiccante, forse a volte un po’ troppo solerte boss, e si sa come vanno le cose nell’ambiente della ristorazione, inventiva e disponibilità, orari assurdi, alcool e droga, mance e sano appetito da soddisfare, oppure è un prevedibile predatore sessuale? La verità in questo tipo di processo sembra sempre sfumata, labile, i confini delle avances non comprese e un no non abbastanza netto, e poi la vita della presunta vittima lanciata in aria come una palla. “Era una donna priva di moralità, aveva avuto una storia con un uomo sposato, era una ragazza rapace, non desiderosa di una relazione monogama, aveva gusti sessuali molto lontani dalla noia, insomma preferiva il bondage, le ragazze di oggi sono tutte convinte che basti schiacciare un pulsante per distruggere una vita, in cerca di notorietà, e il metoo le ha convinte che ogni flirt sia un’aggressione…” Un ambiente difficile per una ragazza, che molti uomini considerano parte dell’offerta di cibo del locale, sorrisi e palpatine, in cambio di mance generose.

Il romanzo ha tre voci narranti, tutte impeccabilmente credibili, differenti nella loro narrazione, ognuna trafelata e desiderosa di rendere evidente al lettore l’umanità sbrindellata dietro le parole. Stupro è una parola forte. Una parola capace di modificare la vita della vittima ma anche di quella dell’imputato e della sua famiglia.

La ragazza che si è licenziata all’improvviso, Hannah, quella entusiasta e che aveva buone qualità per diventare chef, la moglie di Daniel, Julie, sconvolta dalla notizia e che cerca con tenacia infallibile di credere al marito, aggrappandosi alla storia  narrata dall’avvocato difensore in Tribunale, e Daniel, convinto che si sia trattato di un grottesco errore, una colossale mancanza di prospettiva che gli ha distrutto la vita, alienato il fratello e il figlio maggior, Kevin, ruvido e granitico, che vede nell’istrionico e assente padre la figura più emblematica di mascolinità tossica che sta cercando di aggirare.

Hannah aveva solo 21 anni, era una studentessa di economia del Trinity College, e la vita del ristorante la rendeva entusiasta, oltre le mance, capaci di svoltare una settimana, e l’alcool e la complicità con le colleghe, e le rivalità tipiche, c’era in lei una sorta di genuina innocenza, un desiderio di apprendere, di mescolare ingredienti e salse, di lasciarsi travolgere dal gusto sciropposo della carne glassata, o da quello imperioso del cioccolato fondente. Hannah voleva imparare i segreti della vita da chef, quella mescolanza di genialità e azzardo che rendono la ristorazione un’arte, molto più che servire insalata molliccia e patatine unte su vassoi scoloriti. Quello che ha attratto Hannah era anche il lusso, le promesse nascoste dietro gli specchi scuri e i piatti decorati a mano, il colore ambrato del rum, e la consistenza barricata delle grappe, la possibilità di capire gente ricca, che non ha bisogno di lavorare ma apprezza la consistenza di una cena preparata con ingredienti deliziosi. E poi, cosa le è successo? Perché è scappata da quella vita convulsa e frenetica, ma che la rendeva felice?

La risposta a questa domanda lei non l’ha mai data esplicitamente, ma una sua collega l’ha immaginata e noi da lettori la scopriamo.

Uno stupro ti taglia in due, rende il tuo corpo un rifiuto ai tuoi occhi, se ti è capitata una cosa così assurda, magari non è che hai fatto qualcosa per farla accadere, un ammiccamento, un perizoma che si intravede nella piega della gonna? Se cercassero di ucciderti ti chiederesti cosa hai fatto per provocare l’assassino? No, vero? Però se ti stuprano accade, ancora e ancora. E ci vuole moltissimo tempo a ricucire i lembi della ferita che spurga pus e sangue scuro, venoso. L’orrore serpeggia piano, attraverso le pagine del romanzo, la manipolazione, il senso di impotenza che rende ogni essere umano femminile una potenziale preda e vittima.

Chiaramente ogni predatore può essere un padre amorevole o un devoto cattolico, o un uomo che non capisce cosa significhino i confini, ma noi non possiamo assolverlo, possiamo leggere una storia, che ci fa vedere le ambivalenze e le sfumature che non rendono facile nessuna condanna. Ma alla fine, diciamolo pure, anzi gridiamolo, NO SIGNIFICA NO.

 

“Non mi sono mai sentita viva come quell’estate. Viva, necessaria, indaffaratissima. Ogni sera c’era la fila davanti alla porta, ricevevamo prenotazioni con un anno d’anticipo. Era quel genere di locale che la gente di una certa età definiva alla moda, mentre noi alzavamo gli occhi al cielo, discretamente, per non mettere in pericolo le nostre mance.

Ci venivano uomini d’affari, politici, lobbisti, quel tipo di persone che gradivano una battuta come contorno alla bistecca e al vino rosso d’annata. Imparammo in fretta a dire sciocchezze sul mercato immobiliare e sul boom economico, benché non ne sapessimo davvero nulla; sapevamo soltanto che lo stipendio era buono, i clienti indossavano completi eleganti e le mance a volte erano spropositate.”

Condividi su Facebook

Marilena Votta

Marilena Votta nasce a Napoli e trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci. Ha pubblicato le raccolte di racconti “Equilibri sospesi”, “La ragazza di miele e altre storie” (Progetto Cultura, 2016) e “Diastema” (Ensemble, 2020), e le raccolte di poesie “Estate” (Progetto Cultura, 2019) e “Quando sono nata ho smesso di essere aria” (Edizioni Progetto Cultura, 2025). Il suo racconto “Fratello maggiore fratello minore” è stato pubblicato nell’antologia “Roma-Tuscolana”. Alcuni suoi racconti sono disponibili su varie riviste on line e cartacee. Nell’ottobre 2021 pubblica il suo primo romanzo, “Stati di desiderio”, con D editore. Del suo rapporto con la scrittura asserisce, convinta, che è il suo posto nel mondo. Scrive recensioni di libri che ama per "Dentro la lampada", la rivista della scuola Genius.

Tag

Potrebbe piacerti anche...