«Mamma!»
«Cosa?»
Come glielo spiego quello che vedo?
I led del negozio mi accecano. Questo camerino è così bianco. Appena dipinto. Un piccolo pezzetto di scotch mi osserva dallo spigolo dello specchio.
«Mamma…»
«Ti serve un’altra taglia?»
«Non me la sento»
«Cosa non ti senti?»
«Non me la sento di provare altri vestiti»
Le sue guance paffute sbucano dalla tenda grigia. Io seduta sul panchetto di gomma piuma in mutande e reggiseno. Le gambe incrociate, i peli ruvidi che strisciano tra i polpacci. Un braccio sulla pancia, la pelle fredda attorno all’ombelico. L’altro braccio sul seno, il pizzo che mi punge.
«Che c’è amore?» mi osserva senza capire.
«Non mi stanno»
«Sono troppo larghi?»
Scuoto la testa.
Lei mi fissa con le sopracciglia aggrottate.
«Sono troppo stretti»
«Non è possibile, fammi vedere»
Scuoto la testa di nuovo. Stringo le braccia più forte al corpo. Tutto questo morbido. Che schifo.
«Chiudi, andiamo via.»
Lei corruccia la fronte e alza le spalle.
«Andiamo via!»
«La laurea è domani, che cosa ti metti?»
«Non lo so… io metterò qualcosa che ho già.»
«Ma non hai un completo.»
«Va beh!»
«Ma avevi detto che ti piacevano i completi colorati…» protesta di nuovo, ormai dentro al camerino.
«Mamma la tenda!»
La spingo fuori.
«Ma Chiara…»
La ignoro.
Guardo la pila di pantaloni variopinti davanti a me. Quello porpora era proprio bellissimo.
Mi prude l’ascella. Sto sudando freddo. Puzzo.
Sento l’agitazione di mia madre dal modo in cui si muove fuori dal camerino. Non ha capito il problema.
«Chiara? Se vuoi proviamo un altro negozio…» chiede mentre cerco di rivestirmi.
I miei occhi vanno al soffitto della cabina e poi di riflesso scendono e mi vedo allo specchio. No. Quella non posso essere io. Vedo una figura deformata. Come un pasticcio di colori sulla tela. Un pittore inesperto che dipinge un volto con troppa tempera e la tempera cola a grumi ai lati delle guance. Mi tasto la faccia e ne tocco i contorni freneticamente. Il volto nello specchio sembra sciogliersi. Si allunga lateralmente e trasversalmente.
«No, no, no, no» cerco di tranquillizzarmi dondolando sul posto.
«Hai detto qualcosa?» chiede lei da fuori.
Rincomincio a mettere i jeans. Li tiro su con fatica, saltello per far entrare il piede. Quasi scivolo e di nuovo vedo lo specchio. I bordi della mia pancia sono privi di un contorno definito. Si muovono. Erano sottili, ora sono enormi. Erano sottili? Lo sono mai stati? Non importa. Ormai l’immagine è stata sovrascritta e io vedo un corpo grasso con una faccia deformata.
«Hai bisogno?»
«NO!»
La testa mi prude ancora. Mi avvicino allo specchio per vedere meglio e noto delle piccole macchiette bianche sulle spalle del mio riflesso. Forfora. Le macchiette bianche iniziano a muoversi. Mi sembra. Mi strofino gli occhi. Sono… cosa sono? Mi gratto, mi scrosto. Mi spulcio come una scimmia. Sono forse pidocchi?!
«Oddio!»
Sento quei piccoli animaletti schifosi conquistarmi la nuca.
«Chiara!» Mia mamma sbuca di nuovo dalla tendina. «Quanto ci vuole a vestirti?»
«Sì sì sì, hai ragione, mi-mi muovo.»
Indosso la canottiera di cotone, la maglia di cashmere e poi il maglione. Abbottono i pantaloni, tiro su la zip e mi piego per legare i lacci delle scarpe.
Mi allungo per raccogliere i completi colorati e vedo che nello specchio sono ancora nuda. Ma come è possibile? Io sono vestita. Mi guardo. Il blu del maglione si accende per le luci del camerino. Sono decisamente vestita, ma nello specchio sono nuda.
Sei grassa.
Mi giro su me tessa cercando la fonte di quella parole.
Fai schifo, guardati.
«Che cosa…»
Un urlo riempie il camerino. Mi tappo le orecchie. Un altro urlo. La ragazza nello specchio. La ragazza nuda nello specchio urla.
«Ba-basta» striscio con la schiena sul muro fino a terra, «Basta ti prego.»
Sei inutile. Punta il dito verso di me. Ride. Ma guardati. Si piega in due e stringe i rotoli di pancia. Un maiale. Apro una fessura tra le dita e vedo che si tira il ventre, si allunga, si allarga come un impasto.
«Basta ti prego…»
Urla. Si piega, si contorce, si strappa la pancia.
Tappo le palpebre. Le lacrime bagnano i polpastrelli.
Pensi di meritare tutto questo amore?
Si accarezza il collo con l’unghia affilata smaltata di rosso.
Dovresti farla finita e lo sai.
Si porta una mano al collo, poi l’altra. E io la guardo stordita, impotente. Inizia a fare pressione. Le dita strette sulla pelle. Il suo viso si tinge di rosso.
Sento l’ossigeno che diminuisce nei miei polmoni poco a poco.
Ti deve fare male. Devi soffrire. Sibila soffocando.
La tendina si apre di scatto. «Chiara! Ma che è successo?»
Serro le labbra.
«Chiara!» Mi prende le spalle, mi scuote. «Parlami!»
«Lo specchio mamma…»
Mia madre guarda il suo riflesso senza capire. La voglia di aiutarmi e sgridarmi si alterna nei suoi occhi come una luce a intermittenza.
Poi, mi abbraccia. Il dorso della schiena verso lo specchio. Il mio mento nell’incavo del suo collo. I miei occhi socchiusi. Il profumo della sua pelle che mi invade il naso. Odora di miele, cannella e detersivo ai fiori di pino. Odore di casa. Apro gli occhi e incontro uno sguardo nello specchio. Il viso sogghigna. Il mio riflesso alza il braccio e apre la mano. Lentamente, la muove verso lo sterno e ancora più a sinistra. Le unghie puntano sulla pelle, le gocce di sangue iniziano a scorrere. Le dita sprofondano sempre di più e arrivano al cuore che pulsa terrorizzato. Lei continua a guardarmi con fierezza spietata e poi strappa l’organo vitale dal petto e cade a terra tramortita.
Urlo di dolore con mia madre che mi stringe. Le commesse che sbucano come spettatori dal camerino.
“Chiara non è niente, te-tesoro calmati!”
Urla di dolore che si trasformano in rabbia, collera. Sposto mia madre e mi scaglio sullo specchio ormai vuoto. Lo prendo a pugni, ci sbatto come un uccellino in gabbia. Mi prendono da dietro e mi tirano via. Io mi dimeno, con le ali legate. Scalcio stesa per terra, una bimba che fa i capricci. E proprio una bimba vedo nello specchio del camerino di fianco. Una piccola me in costume, il seno piatto ancora esposto. Una bambina che mi parla con linguaggio muto. Basta, basta. Leggo il labiale. Basta farti del male. Le mani sulla sua piccola pancina, si accarezza. Si abbraccia stretta. Ride e mi sorride. Basta. Respiro profondamente. Chiudo gli occhi. E quando li riapro, lo specchio è vuoto.



