
Parliamo del romanzo “Passaggi” con Anthony Caruana
“Amo gli stimoli creativi, la diversità, il caos apparente e il mio essere allo stesso tempo anonimo e protagonista”.

“Amo gli stimoli creativi, la diversità, il caos apparente e il mio essere allo stesso tempo anonimo e protagonista”.

In un romanzo autobiografico conviene usare i nomi veri? Quali possono essere le conseguenze?

Trent’anni dopo, tenendola in mano, tenta disperatamente di sentirsi nello stesso modo. Ma non funziona.

Li guardava sognando di essere come loro, anche se gli sembravano essere diventati tutti un po’ stronzi.

Era di pelle bianca, a tracolla. Gliel’aveva portata suo padre dalla Turchia e conteneva tesori e segreti.

Un finale, un finalino o la fine?

Tutto finisce, anche i romanzi, anche la vita. Se quando si chiude un romanzo resta il tempo di riflettere, quando termina una vita cosa rimane?

Ognuno ha il proprio stile. È qualcosa di simile al DNA. Si può migliorarne l’uso, si può imparare a gestirlo, ma non si può sfuggire al proprio stile.

Quando si scrive una storia bisogna evitare un grande nemico: il doppio.

Quella degli zombie è una rivoluzione. E le rivoluzioni fanno sempre delle vittime.

I mostri non sono solo quelli con le zanne: questo flusso di coscienza segue la voce narrante fra le grinfie di una persona fidata.

Nel dialogo, i personaggi combattono a un livello più alto rispetto alle azioni vere e proprie che portano avanti: lo fanno per conquistare il loro oggetto del desiderio.